❦
Dal fondo delle campagne
Mario Luzi
1965
❧

Dal fondo delle campagne

1965

Caccia

Che mare livido nelle sue rincorse contro i muri a fil di piombo
[dei bunker,
che branchi d’uccelli attesi al passo od al ritorno
gridano più d’ogni altra volta: «È autunno,
è il tempo di tua nascita a questa vita» nell’ora che a uno a uno
cadono uccelli sotto il piombo, prendono
vento lungo la caduta, ed a perdita d’occhio la foresta
lascia di ramo in ramo foglie, lembi
di fuoco, brani di vita ancora palpitante tra le piume.

Ora e qui, dove il cane alza la starna
e talvolta per una breve tappa
di ore si attendano i re zingari
nel viaggio tra borgo e borgo, e foglie
e uccelli stanziali e migratori,
lievi e grevi, s’abbattono sul suolo
fradicio, non ancora freddo, tempo
di mia nascita e insieme tempo e luogo
per ricordare i miei morti per forza,
i miei caduti sotto il piombo – poco
prima i miei padri, dopo i miei fratelli –
m’investe a fiotti in pieno viso il vento
di vita e tutt’uno di rapina
e di morte, mi mozza il fiato, mentre
levo le mani a questi alberi e spicco
frutti per la mia cena ancora avido.

«È il tempo di tua nascita.» Riposano,
muoiono nella vita, essi, periscono
nell’avvenire; e il festoso, l’oscuro si diffondono
per foglie morte, per ali inerti come piombo
a vincere e a espiare tutto quel che ha avuto fine.

Il duro filamento

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.

L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...

Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»

Senior

Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.
❦ Dal fondo delle campagne · Mario Luzi · 1965
Libri