La fanciulla di Spina
Nelle scuole gridarono perché,
perché l’adolescente morta a Spina
dormiva col suo piccolo agoraio?
Esce l’uomo improvviso dal suo taglio
di luce, incontra nel saluto il folto
degli scolari, il vecchio, l’operaio.
Si fa largo, ammirata, una fanciulla
indugia col suo cióndolo alla bocca.
La vita è la certezza dell’abbaglio
che ci porta a sorridere per nulla,
ma di qualcosa che rimane e tocca
la polvere del tempo: la sartina
etrusca col suo piccolo agoraio.
Nelle scuole gridarono perché,
perché la storia è morta se ne sciama
la memoria dell’uomo, lo spiraglio
della luce perpetua? L’uomo traccia
le sembianze sparite d’ogni faccia
che crede di vedere appena l’ama.
È come udire solo il proprio ascolto,
un eguale silenzio in ogni luogo,
un eguale rumore. Vede il folto
degli scolari perdersi nel rogo
della fatua allegrezza, uscirne al riso
la fanciulla di Spina che traversa
di corsa l’aria del suo tempo, il viso
biondo di luce, docile all’avversa
morte che già la ferma nei suoi passi.
Nella tomba di sabbia, nell’agreste
chiarore delle tegole, le cose
della sua vita sono con le cose
di sempre, umane: così torna in festa
il giorno dai millenni. E chi depose
per la fanciulla i segni del suo breve
cammino, volle chiudere il passato,
confermarle la morte o aprire lieve
l’uscio dell’aria, il sole ch’è tornato
a rallegrarla come l’erba i sassi?
Nella sera d’ottobre, nell’umana
stagione dell’autunno, questa Roma
di cronache raccoglie dalla strada
dei suoi sepolcri una bambina sola.
Non ha più nome e non ricorda come,
dove è vissuta, ma a se stessa bada
col suo silenzio nel vedersi sola.
È nel tempo dei tempi la lontana
storia dell’uomo: il cane sulle porte,
il lume acceso, il fuoco, come accenti
del vivere comune, e nella morte
ancora il segno della nostra mano.
La bambina è così, di questa tenda
bianca nel bosco, pare che s’accenda
il lume d’una tomba o d’un villaggio.
La fanciulla di Spina, l’operaio
che torna a casa, il piccolo agoraio.
Certo, una cosa. Basta il suo messaggio.
perché l’adolescente morta a Spina
dormiva col suo piccolo agoraio?
Esce l’uomo improvviso dal suo taglio
di luce, incontra nel saluto il folto
degli scolari, il vecchio, l’operaio.
Si fa largo, ammirata, una fanciulla
indugia col suo cióndolo alla bocca.
La vita è la certezza dell’abbaglio
che ci porta a sorridere per nulla,
ma di qualcosa che rimane e tocca
la polvere del tempo: la sartina
etrusca col suo piccolo agoraio.
Nelle scuole gridarono perché,
perché la storia è morta se ne sciama
la memoria dell’uomo, lo spiraglio
della luce perpetua? L’uomo traccia
le sembianze sparite d’ogni faccia
che crede di vedere appena l’ama.
È come udire solo il proprio ascolto,
un eguale silenzio in ogni luogo,
un eguale rumore. Vede il folto
degli scolari perdersi nel rogo
della fatua allegrezza, uscirne al riso
la fanciulla di Spina che traversa
di corsa l’aria del suo tempo, il viso
biondo di luce, docile all’avversa
morte che già la ferma nei suoi passi.
Nella tomba di sabbia, nell’agreste
chiarore delle tegole, le cose
della sua vita sono con le cose
di sempre, umane: così torna in festa
il giorno dai millenni. E chi depose
per la fanciulla i segni del suo breve
cammino, volle chiudere il passato,
confermarle la morte o aprire lieve
l’uscio dell’aria, il sole ch’è tornato
a rallegrarla come l’erba i sassi?
Nella sera d’ottobre, nell’umana
stagione dell’autunno, questa Roma
di cronache raccoglie dalla strada
dei suoi sepolcri una bambina sola.
Non ha più nome e non ricorda come,
dove è vissuta, ma a se stessa bada
col suo silenzio nel vedersi sola.
È nel tempo dei tempi la lontana
storia dell’uomo: il cane sulle porte,
il lume acceso, il fuoco, come accenti
del vivere comune, e nella morte
ancora il segno della nostra mano.
La bambina è così, di questa tenda
bianca nel bosco, pare che s’accenda
il lume d’una tomba o d’un villaggio.
La fanciulla di Spina, l’operaio
che torna a casa, il piccolo agoraio.
Certo, una cosa. Basta il suo messaggio.