VIII Senza la vita avanza la conoscenza
sulle vibrazioni azzurre, illimitate
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.
La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.
Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.
Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.
Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è
stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.
Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.
È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI
*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.
*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.
*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.
*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.
*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.
&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.
Da SILENZIO DELL’UNIVERSO
VI
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.
La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.
Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.
Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.
Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è
stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.
Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.
È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI
*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.
*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.
*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.
*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.
*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.
&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.
Da SILENZIO DELL’UNIVERSO
VI