Da L’asino d’oro (cap. IV)
Allora la mia donna aprì le braccia,
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.