In fondo a la china
fra gli alti cipressi
v’è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
° tre vecchie giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Su l’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.
Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
È il fido, il solo.
Il fido custode, il solo compagno;
il solo che trova dischiusa ogni porta
davanti al suo passo
qua dentro.
Mi segue e non sento il suo passo,
siccome un pensiero cammina,
un dolce pensiero che guarda
con occhio di calma e di gioia.
Io dormo, egli veglia.
Ai piedi del letto egli veglia:
di rado egli dorme, brev’ora.
Mi guarda sereno, mi segue, mi serve.
Non cenno,
non sillaba ad Habel bisogna,
non parla,
cogli occhi soltanto mi parla,
cogli occhi gli parlo.
Io prego,
io son genuflesso a piè del mio altare:
mi guarda commosso.
Talora mi volgo:
gli scopro negli occhi bagliori lucenti.
Talora grandissime lacrime
si avanzan dagli occhi di Habel,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’oriente.
Oh! Gli occhi di Habel.
I palpiti verdi smaglianti dell’acque,
l’azzurro del cielo,
del mare profondo,
e l’arido biondo di sabbie
che dan lo sconforto,
che dicon di sguardi perduti
davanti al mistero d’ignoto infinito.
Ei pure talora s’indugia a pregare,
pregare il suo Dio,
(non ho anch’io il mio?)
Talora... Talora...
non so... ma la pace si parte dal cuore,
non so che mi prende,
non so che mi sento...
bruciare negli occhi imperiose le lacrime...
un nodo alla gola mi serra...
la pena il cuore m’invade e mi preme,
smarrisco la luce che guida e che tiene...
e grida d’angoscia prorompon dal petto,
e grido, e grido:
«Vogl’ire!
Vogl’ire lontano!
La vo’ far finita l’orribile vita.
Aprire la sudicia porta e fuggire.
Vogl’ire nel mondo, nel mezzo alla vita,
vogl’essere uomo,
amante vogl’esser, guerriero,
vogl’ire lontano a gioire,
vogl’ire lontano a morire».
Mi guarda, mi guarda,
s’avanzan dagli occhi del fido
le lacrime grandi,
s’ingrossan,
si fanno convesse siccome una lente,
mi fanno d’un tratto vedere
intero
l’immenso mistero d’Oriente.
«No Habel, non pianger,
ritorna la calma, sta’ certo,
lo sai...
rimango rimango.»
E tornan le braccia
sul corpo cadenti,
ritorna lo sguardo al suo sonno:
le lacrime vedo
negli occhi di Habel rientrare... rientrare.
«Rimango rimango, sta’ certo,
lo sai...»
La pena di Habel
la pace rimena al mio spirito intera.
Habel Nasshab, sei bello tu,
con quegli enormi calzoncioni blu!
Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
«ah!, ci sei anche te».
Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
– Zz... Zz...
– Che c’è?
– Zz... Zz...
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non ne vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?...
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
– Oh!
– Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Non più! Basta.
– Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
– E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
– Nell’ora sì fugace che v’è data...
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
– misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
– Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
– Andiamo?
– Andiamo pure.
All’arte del ricamo,
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tumulto a sinistra, tumulto a destra.
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93
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– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.
Centanni ha la vecchia.
Nessuno la vide aggirarsi nel giorno.
Sovente la gente la trova a dormire
vicino alle fonti:
nessuno la desta.
Al dolce romore dell’acqua
la vecchia s’addorme,
e resta dormendo nel dolce romore
dei giorni dei giorni dei giorni...
La gente cammina pian piano
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.
AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.
Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.
Io guardo estasiato tal mare:
immobile mare uguale.
Non onda,
non soffio che l’acqua ne increspi,
non aura vi spira.
Di sopra lo copre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra
un’immensa lamiera d’argento brunastro.
Su desso
velato si mostra ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino socchiuso
il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare.
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti ruinò?
Sgorgò dalla terra?
Dal cielo vi cadde?
O cadde piuttosto dagli occhi del mondo?
Mar grigio,
siccome una lastra d’argento brunastro,
immobile e solo,
uguale,
ti guardo estasiato.
– Ma c’è questo mare? Ma c’è?
– Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo,
io solo mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ho la vela io stesso:
la prima a solcarlo.
Vorrei girar la Spagna
sotto un ombrello rosso.
Vorrei girar l’Italia
sotto un ombrello verde.
Con una barchettina,
sotto un ombrello azzurro,
vorrei passare il mare:
giungere al Partenone
sotto un ombrello rosa
cadente di viole.
❦
I cavalli bianchi · Aldo Palazzeschi · 1909
Libri