Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia;
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco?” soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce.
Soltanto si posson le muffe cadenti, vedere,
soltanto le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l’ombrello,
e salici, salici tanti,
che mischian sul muro cadenti
le lacrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia.
Fra l’ombre, fra l’ombre potenti,
nel folto degli alberi grandi,
soltanto tre donne s’aggirano lento,
bellissime donne; regine parenti.
S’aggirano lento, in silenzio,
nell’ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le donne,
coperte d’un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.
Nazarene bianche, Nazarene nere.
Del fiume alle rive
si guardan da tanto i conventi,
si guardan con occhio di vecchia amicizia
le piccole torri, una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Due volte s’incontran, le bianche e le nere,
sul ponte, sul ponte che unisce i conventi,
li unisce da tanto per vecchia amicizia,
le piccole torri si guardan ridenti
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Le piccole chiese al crepuscolo s’aprono,
ne sortono leste le suore ed infilano il ponte,
nel mezzo s’incontran, s’inchinano,
le bianche e le nere,
si recan l’un l’altre alla piccola chiesa al saluto;
vi fanno una breve preghiera
e leste rinfilano il ponte.
Di nuovo s’incontran, s’inchinan le file
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
In mezzo alla piazza centrale
del paese,
è stata posta la gabbia di ferro
con l’incendiario.
Vi rimarrà tre giorni
perché tutti lo possano vedere.
Tutti si aggirano torno torno
all’enorme gabbione,
durante tutto il giorno,
centinaia di persone.
– Guarda un pochino dove l’ànno messo!
– Sembra un pappagallo carbonaio.
– Dove lo dovevano mettere?
– In prigione addirittura.
– Gli sta bene di far questa bella figura!
– Perché non gli avete preparato
un appartamento di lusso,
così bruciava anche quello!
– Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
– Lo faranno morire dalla rabbia!
– Morire! È uno che se la piglia!
– È più tranquillo di noi!
– Io dico che ci si diverte.
– Ma la sua famiglia?
– Chi sa da che parte di mondo è venuto!
– Questa robaccia non à mica famiglia!
– Sicuro, è roba allo sbaraglio!
– Se venisse dall’inferno?
– Povero diavolaccio!
– Avreste anche compassione?
Se v’avesse bruciata la casa
non direste così.
– La vostra l’à bruciata?
– Se non l’ha bruciata
poco c’è corso.
À bruciato mezzo mondo
questo birbaccione!
– Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
infine è una creatura!
– Ma come se ne sta tranquillo!
– Non à mica paura!
– Io morirei dalla vergogna!
– Star lì in mezzo alla berlina!
– Per tre giorni!
– Che gogna!
– Dio mio che faccia bieca!
– Che guardatura da brigante!
– Se non ci fosse la gabbia
io non ci starei!
– Se a un tratto si vedesse scappare?
– Ma come deve fare?
– Sarà forte quella gabbia?
– Non avesse da fuggire!
– Dai vani dei ferri non potrà passare?
Questi birbanti si sanno ripiegare
in tutte le maniere!
– Che bel colpo oggi la polizia!
– Se non facevan presto a accaparrarlo,
ci mandava tutti in fumo!
– Si meriterebbe altro che berlina!
– Quando l’ànno interrogato,
à risposto ridendo
che brucia per divertimento.
– Mio Dio che sfacciato!
– Ma che sorta di gente!
– Io lo farei volentieri a pezzetti.
– Buttatelo nel fosso!
– Io gli voglio sputare
un’altra volta addosso!
– Se bruciassero un po’ lui
perché ridesse meglio!
– Sarebbe la fine che si merita!
– Quando sarà in prigione scapperà,
è talmente pieno di scaltrezza!
– Peggio d’una faina!
– Non vedete che occhi che à?
– Perché non lo buttano in un pozzo?
– Nel cisternone del comune!
– E ci sono di quelli
che avrebbero pietà!
– Bisogna esser roba poco pulita
per aver compassione
di questa sorta di persone!
Largo! Largo! Largo!
Ciarpame! Piccoli esseri
dall’esalazione di lezzo,
fetido bestiame!
Ringollatevi tutti
il vostro sconcio pettegolezzo,
e che vi strozzi nella gola!
Largo! Sono il poeta!
Io vengo di lontano,
il mondo ò traversato
per venire a trovare
la mia creatura da cantare!
Inginocchiatevi marmaglia!
Uomini che avete orrore del fuoco,
poveri esseri di paglia!
Inginocchiatevi tutti!
Io sono il sacerdote,
questa gabbia è l’altare,
quell’uomo è il Signore!
Il Signore tu sei,
al quale rivolgo,
con tutta la devozione
del mio cuore,
la più soave orazione.
A te, soave creatura,
giungo ansante, affannato,
ò traversato rupi di spine,
ò scavalcato alte mura!
Io ti libererò!
Fermi tutti, v’ò detto!
Tenete la testa bassa,
picchiatevi forte nel petto,
è il confiteor questo,
della mia messa!
T’ànno coperto d’insulti
e di sputacchi,
quello sciame insidioso
di piccoli vigliacchi.
Ed è naturale che da loro
tu ti sia fatto allacciare:
quegl’insetti immondi e poltroni,
sono lividi di malefica astuzia,
circola per le loro vene
il sangue verde velenoso.
E tu grande anima
non potevi pensare
al piccolo pozzo che t’avevan preparato,
ci dovevi cascare.
Io ti son venuto a liberare!
Fermi tutti!
Ti guardo dentro gli occhi
per sentirmi riscaldare.
Rannicchiato sotto il tuo mantello
tu sei senza parole,
come la fiamma: colore, e calore!
E quel mantello nero
te l’àn gettato addosso
gli stolidi uomini vero,
perché non si veda che sei tutto rosso?
Oppure te lo sei gettato da te,
per ricuoprire un poco
l’anima tua di fuoco?
Che guardi all’orizzonte?
Se s’alza una favilla?
Dimmi, non sei riuscito a trafugare
l’ultimo zolfino?
Ti si legge negli occhi!
Ma ti saltan dagli occhi le faville,
a cento, a cento, a mille!
Tu puoi cogli occhi
bruciare tutto il mondo!
T’à creato il sole,
che bruci al sol guardarti?
Quando tu bruci
tu non sei più l’uomo,
il Dio tu sei!
Mi sento correr per le vene un brivido.
Ti vorrei vedere quando abbruci,
quando guardi le tue fiamme;
tutte quelle bocche,
tutte quelle labbra,
tutte quelle lingue,
non vengono a baciarti tutte?
Non sono le tue spose
voluttuose?
Bello, bello, bello... e Santo!
Santo! Santo!
Santo quando pensi di bruciare,
Santo quando abbruci,
Santo quando le guardi
le tue fiamme sante!
E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,
pregate, pregate a bassa voce,
orazioni segrete.
Anch’io sai, sono un incendiario
un povero incendiario che non può bruciare
e sono come te in prigione.
Sono un poeta che ti rende omaggio,
da povero incendiario mancato,
incendiario da poesia.
Ogni verso che scrivo è un incendio.
Oh! Tu vedessi quando scrivo!
Mi par di vederle le fiamme,
e sento le vampe, bollenti
carezze al mio viso.
Incendio non vero
è quello ch’io scrivo,
non vero seppure è per dolo.
Àn tutte le cose la polizia,
anche la poesia.
Là sopra il mio banco ove nacque,
il mio libro, come per benedizione
io brucio il primo esemplare,
e guardo avido quella fiamma,
e godo, e mi ravvivo,
e sento salirmi il calore alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Come mi sento vile innanzi a te!
Come mi sento meschino!
Vorrei scrivere soltanto per bruciare!
Nel segreto delle mie stanze
passeggio vestito di rosso,
e mi guardo in un vecchio specchio,
pieno di ebbrezza,
come fossi una fiamma,
una povera fiamma che aspetta...
il tuo riflesso!
Fuori vado vestito di grigio,
ovvero di nessun colore,
c’è anche per le vesti una polizia
come per le parole.
E quella per il fuoco
è tremenda, accanita,
gli uomini ànno orrore delle fiamme,
gli uomini serî,
per questo ànno inventato i pompieri.
Tu mi guardi, senza parlare,
tu non parli,
e i tuoi occhi mi dicono:
uomo, poco farai tu che ciarli.
Ma fido in te!
T’apro la gabbia và!
Guardali, guardali, come fuggono!
Sono forsennati dall’orrore,
la paura gli à tutti impazzati.
Potete andare, fuggite, fuggite,
egli vi raggiungerà!
E una di queste mattine,
uscendo dalla mia casa,
fra le consuete catapecchie,
non vedrò più le vecchie
reliquie tarlite,
così gelosamente custodite
da tanto tempo!
Non le vedrò più!
Avrò un urlo di gioia!
Ci sei passato tu!
E dopo mi sentirò lambire le vesti,
le fiamme arderanno
sotto la mia casa...
griderò, esulterò,
m’avrai data la vita!
Io sono una fiamma che aspetta!
Và, passa fratello, corri, a riscaldare
la gelida carcassa
di questo vecchio mondo!
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace ...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse ...
che forse
sia morta!
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch.
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto ...
Che lagno!?
Ma Habel!
Vittoria!
Andante,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari ...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
Tri tri tri,
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
Frammenti di penne di struzzo,
tentennanti
polverose, intignate,
su piccoli cestini
in forma di nido d’uccello;
questa è a un dipresso
la forma del loro cappello.
Roselline consumate, scolorite,
indecifrabili tinte,
stinte e ritinte;
fiorellini impossibili,
a ciuffettini a mazzettini,
velettine come ragnatele,
tutte bucherellate,
su sulla fronte rialzate
e molto tirate;
di dietro un nodino
col suo ciondolino.
O cappelli in forma
di piatto regolare,
proprio nel mezzo
un pennacchio strano,
la punta d’una vecchia
penna di fagiano
messa tutta per ritto.
Pennine di galline,
di tacchino, di galletto,
di cappone, tutto tutto sta bene
sopra i cappelli delle beghine.
Mantiglie di vecchio pizzo,
con guarnizioni di gè,
di tibet, a sproni di velluto,
a guaine, con galicine
di piccole trine.
Giacchetti pieni di fianchette,
e con gala alla vita,
sul petto, e sopra le spalle,
sottane con crespe,
avanzi di cerchi qua e là,
rimasugli di tornú,
tutte bellissime cose
che non si vedono piú
che alle beghine.
Alcuna, per suprema dedizione,
veste alla foggia dei preti,
col suo bravo collare;
qualcuna con compassata
serietà monacale.
Ma tutte, tutte
siete un pochino studiate.
Come mi piace di guardarvi!
Vi aggirate, vi aggirate
piene di compunzione,
d’importanza e di pratica,
piene di etichetta,
per la vostra reggia prediletta.
Fra gli ori, fra i damaschi,
i pizzi degli altari,
i doppieri i candelabri,
andate e venite
come in casa vostra.
Inchini secchi
di gambe irrigidite.
Mi sembra di sognare
alle decrepite reggie
di spodestati re centenari,
che tutto crepita crepita.
V’alzate, andate, venite,
v’inchinate, v’inchinate,
vi inginocchiate.
Le vostre facce
sono pugni di rughe,
i vostri colli sbucano,
si muovono fra i cenci,
come colli di tartarughe.
I vostri occhi quilquiano
dalle infossature,
con fare di puntiglio,
di sussiego, di piccosità,
di superiorità,
per la vostra interiore
grande sicurità.
Dite, nella purità
siete cosí avvizzite,
o nel vizio?
Come riconoscere
dai vostri avanzi?
Eppure siete ancora civette!
Vi ungete, vi tingete malamente
gli ultimi capelli,
portate finte trecce,
riccioli finti, tinti
d’un altro colore;
avete il vestito per le feste,
e le feste siete meste,
meste e cocciute;
la gente che riempie
la chiesa di colori
vi urta, vi dà noia,
non è piú la vostra casa
dove dovete regnare,
la vostra reggia,
perché in ognuna di voi
c’è un fondo di regalità grottesca.
Camminate a saltelli,
o nella massima compostezza,
taluna stampellando per la gotta,
talaltra con un far da piruette,
con mosse paralitiche del capo.
Cosa foste? Cosa siete?
Vecchie cameriere pensionate?
Dame decadute?
Taluna di voi non fu ballerina,
taluna cocotte?
Ballerina, cocotte!
Come siete ridotte!
V’intanaste nell’ostinazione
della purità, o nessuno vi volle?
O conosceste bene l’amore?
Ecco il mistero
che m’interessa in voi.
L’amore! Voi!
Quanti anni sono ormai?
Io penso a denudarvi,
cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
i sudici panciotti
che v’ammassate addosso
per la paura delle polmoniti,
spogliarvi, spogliarvi
di quel sudicio fasciume,
e avervi nude dinanzi:
gobbe, torte, mostruose,
farvi rinascere per un istante solo
un brivido del piú orribile desiderio,
vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
stampellare ridendo aizzate,
le piú vergini vorrei,
magari quella
che non fu toccata mai,
e darvi i miei vent’anni!
Sentirvi sotto cigolare,
stridere, cricchiolare;
schiacciarvi, pestarvi,
darvi la piú orribile gioia,
il piú feroce martirio!
(Le vostre bocche
sdentate, sinuose,
mi fanno vedere
libidini mostruose).
Contaminarvi tutte,
tutte, darvi odio amore scherno,
perdervi, gettare in un sol pugno,
al vento, tutte le vostre preghiere,
eppoi lasciarvi ridendo!
Via! Via! Via!
Cosa vedo dinanzi? Chi?
Nuda dinanzi a me,
la madre di mia madre,
la vecchia...
No! lo giuro!
Non le ò mai toccate le beghine,
mi piace solamente di guardarle.
In fondo al viale profondo è la nicchia gigante
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
– Buonasera contessa.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.
❦
L’incendiario · Aldo Palazzeschi · 1910
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