Il ricordo più lontano
Forse io ricordo un dolce tempo ch’ero
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.
Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:
qualche sussulto ti scotea fors’anche
ch’era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.
Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s’imprimevan nella carne mia.
Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.
Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l’ignoto
atteso che facea lento vïaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;
io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.
Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell’incanto.
Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m’arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.
Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:
qualche sussulto ti scotea fors’anche
ch’era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.
Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s’imprimevan nella carne mia.
Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.
Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l’ignoto
atteso che facea lento vïaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;
io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.
Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell’incanto.
Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m’arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.