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Preludio e canzonette
Umberto Saba
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Preludio e canzonette

Il canto di un mattino

Da te, cuor mio, l’ultimo canto aspetto,
e mi diletto a pensarlo fra me.
Del mare sulla riva solatia,
non so se in sogno o vegliando, ho veduto,
quasi ancora giovanetto, un marinaio.
La gomena toglieva alla colonna
dell’approdo, e oscillava in mar la conscia
nave, pronta a salpare.
E l’udivo cantare,
per se stesso, ma sì che la città
n’era intenta, ed i colli e la marina,
e sopra tutte le cose il mio cuore:
«Meglio – cantava – dire addio all’amore,
se nell’amor non è felicità».
Lieto appariva il suo bel volto; intorno
era la pace, era il silenzio; alcuno
né vicino scorgevo né lontano;
brillava il sole nel cielo, sul piano
vasto del mare, nel nascente giorno.

Egli è solo, pensavo; or dove mai
vuole approdar la sua piccola barca?
«Così, piccina mia, così non va»
diceva il canto, il canto che per via
ti segue; alla taverna, come donna
di tutti, l’hai vicino.
Ma in quel chiaro mattino
altro ammoniva quella voce; e questo
lo sai tu, cuore mio, che strane cose
ti chiedevi ascoltando: or se lontana
andrà la nave, or se la pena vana
non fosse, ed una colpa il mio esser mesto.
Sempre cantando, si affrettava il mozzo
alla partenza; ed io pensavo: È un rozzo
uomo di mare? O è forse un semidio?

Si tacque a un tratto, balzò nella nave;
chiara soave rimembranza in me.

L’incisore

Mi sogno io qualche volta
di fare antiche stampe.
È la felicità.

L’ora, il tempo che fa,
la stagione dell’anno
dicon l’albero, il muro.

Il dolce chiaroscuro,
la prospettiva ardita
son la delizia mia.

Com’è bella una via,
che lenta in prima, al mezzo
rapidissima ascende.

Desiderio mi prende
tosto di tratteggiarla,
fra luci ed ombre, in pace.

Di gioia il cor si sface
quando segno i passanti,
uno qua, l’altro in fondo.

Con non so che giocondo
ai fatti suoi va ognuno.
Quelli che vanno, vanno

in eterno; se stanno,
fra lor parlan per sempre.
Fuori d’un pianoterra,

nude le braccia, ferra
d’un cavallo la zampa
giovane maniscalco.

Io guardo il vero, e calco
qual’è la dolce vita,
con qualche cosa ancora,

che dice: guarda e adora;
guarda se il mondo è bello,
se il tuo dolor non vale.

Quante (e il diletto è uguale)
quante altre cose ancora
io sulla lastra segno.

Anche interni disegno.
Una stanza: sue bianche
tendine agita il vento.

Là senza un pentimento
(o non sa ch’altri spia?)
giace fanciulla ignuda.

Nella luce che cruda
entra dalla finestra
scopre il dorso gentile.

E quel che ha un nome vile
è un’assai gentil cosa
nelle mie stampe accolta.
❦ Preludio e canzonette · Umberto Saba
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