Mi sogno io qualche volta
di fare antiche stampe.
È la felicità.

L’ora, il tempo che fa,
la stagione dell’anno
dicon l’albero, il muro.

Il dolce chiaroscuro,
la prospettiva ardita
son la delizia mia.

Com’è bella una via,
che lenta in prima, al mezzo
rapidissima ascende.

Desiderio mi prende
tosto di tratteggiarla,
fra luci ed ombre, in pace.

Di gioia il cor si sface
quando segno i passanti,
uno qua, l’altro in fondo.

Con non so che giocondo
ai fatti suoi va ognuno.
Quelli che vanno, vanno

in eterno; se stanno,
fra lor parlan per sempre.
Fuori d’un pianoterra,

nude le braccia, ferra
d’un cavallo la zampa
giovane maniscalco.

Io guardo il vero, e calco
qual’è la dolce vita,
con qualche cosa ancora,

che dice: guarda e adora;
guarda se il mondo è bello,
se il tuo dolor non vale.

Quante (e il diletto è uguale)
quante altre cose ancora
io sulla lastra segno.

Anche interni disegno.
Una stanza: sue bianche
tendine agita il vento.

Là senza un pentimento
(o non sa ch’altri spia?)
giace fanciulla ignuda.

Nella luce che cruda
entra dalla finestra
scopre il dorso gentile.

E quel che ha un nome vile
è un’assai gentil cosa
nelle mie stampe accolta.
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