Temi
Poesie di questo tema

Arte

Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

La parata dell’introduzione

Io per tutti contesto una Baracca
di telaccia imbiaccata e d’assicelle male unite
io per tutti ricerco una bislacca
storia di quanto fu, le già morte persone mascherate

” traggo a battaglia e a amori tra le quinte.

Sulla Piazza s’aderge quest’effimero Palazzo del pensiero;
se il vento soffia, dondola alle spinte,
e si dimena cigola e si sfascia. Ma d’intorno il
che racchiude la Piazza dei Festini Villaggio
s’anima alla mia voce e vengon fuora sull’usci le
1°

ed i Dami e le Madri ed i Bambini, - Ragazze
. e qualche volta applaudon cordialmente come si
E l’ideal Villaggio chiuso intorno innovi il senso.
dal Bosco della Bella dormiente: pure il Castello
5° Sorgon canti d’uccelli col giorno manca.

ma non sorgono Viole di tra l’alberi avidi al
Se alcuna volta passa il Viandante nutrimento.
pei sentieri nascosti di fra i dumi, dalle ruvide
capricciose e a rabeschi delle piante scorze
vede un volto protendersi di Ninfa. Pure la Ninfa è secreta.

Per questo, i miei Fantocci, a Simiglianza
ch’appajon muti alla gente per bene, quando
scendono a cicalare per la stanza ognuno va via
tra i posticci paesaggi della scena che illumina una
” di cartone e rinnovan le querele. luna
buffi giochi d’amor’, di parentele soavi,

senza perché: poi al vespero richiamo battendo il tamburello
sulla piazzetta il popol rusticano,

e quanto disser la vigilia i legni foggiati in forme
3% d’uomini
detto fuori accozzando ad uno strano

amor di Verità astruse, imagini che scalan l’Infinito.
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Di buona ora tornato all’abituro

Di buona ora tornato all’abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quegli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;
nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: “E’ un fraticino di San Marco.”

Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,

posato sopra un ramuscel di melo.

(Cap. IV)
Come mirando le creature
del suo pennello non disse l’angelus
e fu tentato.
Poi che senza nè vischio ebbe nè rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mirò la bella sua parete.

E non udì che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non udì sonare
l’avemaria dal campanil di Giotto.

Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenità crepuscolare.
E non disse, com’era uso, il saluto
dell’angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e li leuto.

Chiara la sera, l’aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.

Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggiù donne e garzoni.

C’era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scordò Santo Francesco,

e fu tentato, e mormorò nel cuore.

(Cap. V)
Della mormorazione che fece Paulo,
il quale
avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.
Pensava: “Io sono delle pecorelle,
Madonna Povertà, di tua pastura.
E qui non ha nè fanti nè fancelle.

E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.
E vo come la chiocciola ch’ha solo
quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d’orto
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.
Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l’ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

dipinto a secco. E s’io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,

e mi consoli nella mia vecchiaia.”

(Cap. VI)
Come Santo Francesco discese per la bella
prospettiva che Paulo aveva dipinta,
e lo rimbrottò.
Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l’intese il fïl di Pietro Bernardone.

Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull’erba senza ripiegar gli steli.

Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: “O frate Paulo cattivello!
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povertà che sta con Dio sul monte!

Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!

O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Chè chi non ha, non pecca.
Non disiare argento, oro, due vesti.

Buona è codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca

due grani in terra, e vola in cielo, e canta.”

(Cap. VII)
Come il Santo
intese che il desìo di Paulo era
di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.
Così dicendo egli aggrandia pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.

Non vi sentì se non un tremolìo,
d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:
“O frate Paulo, poverel di Dio!