Mario Lunetta

Mario Lunetta

1934–2017 · visse 82 anni IT IT

n. 1934-11-23, Roma · m. 2017-07-06, Roma

3 fantasmi

questo che qui si vede, questo corpo ignoto
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —

secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.

comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.
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Poesie

11

3 fantasmi

questo che qui si vede, questo corpo ignoto
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —

secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.

comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.

3 gobbi

Nella storia moderna di questa nostra Italia, che è
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.

I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.

Indizi

Mi si chiede l’impossibile, vedo. Mi si chiede ancora,
con fredda grazia, di dare notizie di un luogo che non conosco,

e nei fantasmi del cinema. Mi si chiede ancora, con violenza
entusiastica, di fornire immagini esatte di un luogo a me ignoto:
non possiedo che vaghi indizi, il luogo forse si chiama Budapest.

Inventario

facendo il provvisorio inventario di quel confuso balbettìo
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi

non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.

L’angelo del goal

I tempi erano tempi, e nientr’altro che tempi.
Erano quelli di Capello, quelli di “Veleno” Lorenzi,
di Nyers, del reuccio Amadei, di Rava, di Mazzola,
di Antoniotti gracile genio effimero, quelli ancora
dell’austero, inarrivabile Maroso dal nome d’onda,
spezzato con tutti i suoi compagni da una cuspide
di chiesa, un pinnacolo di basilica invidiosa - e ora
forse, lì nel posto per campioni immortali dove si trova,
e magari si annoia per mancanza di avversari degni
del suo rango soffre per la caduta in B del suo Torino.

I tempi erano tempi, o poco più. Erano quelli, poveri
e limacciosi, ancora senza TV, senza computer né internet,
però con le stagioni tagliate nel verso giusto, pulite,
nette e distinte: i tempi, insomma, di Green, di Liedholm,
di Nordhal che caricava con la furia di un bisonte
irato controvento, di Boniperti, di Gabetto, di Ghiggia
minuscolo, rapido e guizzante al pari di una favilla,
finito - mi pare - come un barbone in una qualche
perduta periferia della sua Montevideo.

Erano tempi i tempi, nient’altro che questo.
Tempi bui, con appena qualche sprazzo di luce subito
soffocata. Nel calcio vigeva il “sistema”, io giocavo
mediano laterale, nessuno disquisiva dottamente
di zona, ultrà, centrocampisti e fasce laterali, Maradona
doveva ancora nascere.
Ogni tanto, nel sonno, mi capita di rivivere
quei tempi trasognati, e nel sogno quel goal che fu -
il più bello della mia risibile carriera: un fruscìo,
un battito d’ali, un chiarore balenante, sì, una soffice
palombella che sentii d’un tratto alle mie spalle
come un miracolo, correndo al trotto verso la porta avversaria,
e - come per telepatia - la gran botta al volo, di collo
pieno, mentre la palla ricadeva dal cielo davanti
a me, il portiere fulminato dal missile, inebetito,
e me, come dire io, io in persona, in genere, numero e caso,
che restavo lì, incollato al terreno, dopo la mazzata, e
mi sentivo grande come Piola, e non ero più lì, né in nessun
altro luogo del pianeta, e mi pareva di morire.

La velocità della luce

; tra le macerie un altro monco vero, manica vuota della giacca
infilata in tasca (Karmelitow Bosych, o lì nei pressi), accende
la sigaretta nevroticamente, veloce come un gatto. Si rompe
un piatto, poco più in là (la vecchia piange, poi ride ancora):
questa certo è aria di neve, di nuova neve neutronica, senza
carica elettrica, di peso atomico tremendo, e lievissima al
tatto: quest’aria, dico, addensata contro la casa piena di curve
peggio di una soubrette, finestre verdi con tende a strisce.
Magnolie lucide, tamarindi, corbezzoli. Tutto decisamente
sorprendente (e altrettanto caduco). Al muro, una sciabola della
guerra di Libia accanto a un bossolo di mortaio e un puff
di vimini. Carte da parati di una delicatezza trasparente:
niente più ormai ci stupisce, enfin, in questo stupefatto
camminare dentro la neve e l’ombra alla velocità della luce.

; fuori, una luce bianca di neve (e la neve accecante che copre
tutto): io leggo certe lettere del Tasso che toccano il fondo
di una disperazione che non si dà ragione delle sue cause
(perché, enfin, ragione non c’è — e forse cause neppure): ed è
- sì che lo è - una prosa tra le più grandi e spregiudicate
che conosca (pur nel groviglio dei suoi pregiudizi e delle sue
pregiudiziali), io che (ohimè) ho — anche per dovere diciamo
così professionale, lunga e esercitata esperienza di prosa
italiana (di pane & salame c’est- à- dire, pizza & ricotta e pizza
& fichi e tarallucci & vino: e assai più di rado pandispagna):
e la vestaglia è lì da un bel pezzo, da quanto non saprei dire:
magari in attesa (la cagna) che l’indossi per resuscitarla, nel
mentre che io muoio di lei, dentro di lei: perché - poco
da fare - ancora e sempre (comme on dit) la mort saisit le vif.

Da CATASTROFETTE

La vita

La vita è nient’altro che se stessa
è in genere di una precisione inesorabile
va soggetta talvolta a strane distrazioni
in fondo (ammesso che si diverta) si diverte
con poco

la vita è curiosa come una scimmia
e non si volta mai a guardare indietro
ha una falsa andatura a spirale
in realtà mangia la foglia tira diritto
e poi scompare

la vita dorme stando sveglia (e viceversa)
è miope e presbite e si finge cieca
non l’ho mai vista spostarsi di un millimetro
si fa i fatti suoi che sono sempre i fatti
di nessuno

la vita assomiglia sempre a un’altra cosa
ama 1 travestimenti e invece è sempre nuda
non corre non beve non suda talvolta scompare
senza intesa e è sempre la metà di se stessa
divisa in due

la vita lavora col gusto perverso di un ozioso
vola come una rondine e l’hai di fronte come un muro
ti pare una fetta di cocomero e è un ficodindia
indossi le sue babbucce e sono zoccoli irti
di chiodi

la vita si avvia sempre per un’altra strada
va indifferentemente in jet a piedi in bicicletta
ha dadi truccati ma usa sempre quelli buoni
è smemorata ma non le sfuggono mai i dettagli
decisivi
la vita è un’astrazione molto concreta
è panna montata è creta è aria fritta
i
in fondo è onesta è prodiga di segnali e di avvertenze
chissà se il suo è un umorismo proprio involontario
o un esempio di software educativo

Mai più

Sono giornate, queste, di scirocco politico,
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.

Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.

Piano-sequenza

si vede un albero dipinto che si spande
come un’ombra luminosa su tutta la parete
fino al soffitto. si vede inoltre un pesce finto
sul tavolo, e facce liete e amare di donne
africane. si ode un cane guaire
per solitudine e per fame.

si vede una borsa gonfia di chissaché
(forse di pane, o d’oro)
in bilico sul davanzale, in uno stridio
infernale di corvi che irrompe
dalla finestra, e frantuma le fiale, nega
la volontà di Dio.

si vede ancora una scala metallica grigia,
atletica,
che sale come un gatto
lungo le pareti esterne del fabbricato
deperito: ed è, nel suo matto impennarsi, uno
iato di cielo.

si vede in velocità il fiume Brenta, stretto
e verde, di un verde marcio quasi angoscioso
sotto un sole salato, la campagna piatta, le case
rosa con tetti rossi spioventi, in questa
disfatta piaga di tramonto; e pioppi, lecci,
salici, acacie: come
in un disegno ordinato su una plaga lontana, con
precisione maniacale, a protezione, a chiusura
dei coltivi. è bello, malgrado tutto,
essere vivi.

si vedono un momento cinque aerei che in un rombo
annichiliscono la campagna: e un attimo dopo,
argentei e cerei, sono sui grattacieli
di Lugano.

si vede uno che non ode niente,
e poi un braccio ingessato,
una collana di corallo, una bocca che ride,
il silenzio è ora quello di un lago
di notte. se c’è qualcuno che mente,
lo dica. sotto a chi tocca.

Sedia elettrica

È sempre una sensazione neppure troppo mortuaria, ve lo giuro in
[ginocchio
e con le mani sul capo, starsene seduti anche un po’ pigramente,
[annoiati,
in una piccola pozza di contrarietà perché qualcuno vi ha sfilato il
[giornale
con le ultime menzogne della sera, qualcun altro vi guarda storto dal
[finestrino
dell’auto ferma al semaforo, troppi canarini cinguettano, e manca pane
[& mortadella,
e l’inverno è alle porte con la solita maleducazione, e chissà
[cos’altro, poi:

è sempre una sensazione discretamente eccitante starsene seduti, come
[ora stiamo
facendo, sulla sedia elettrica, cara vecchia zia, in attesa paziente che gli
[addetti
si decidano una buona volta a dare corrente al potenziale giusto, senza
strafare, attenti al rispetto dei tempi secondo la lezione dei migliori
[manuali, in modo che
- com’è delicatamente auspicabile - la nostra pelle e le nostre midolla
[risultino
cotte a puntino, un bell’arrosto comme il faut, proprio come piaceva a
[quel maniaco
di Andy Warhol — in questa prima luce dell’alba che ci sfiora,
[ci disorienta, ci coglie
il maledetto cuore.

Libri

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