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Lettera morta
Mario Lunetta
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Lettera morta

3 gobbi

Nella storia moderna di questa nostra Italia, che è
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.

I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.

Inventario

facendo il provvisorio inventario di quel confuso balbettìo
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi

non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.

Sedia elettrica

È sempre una sensazione neppure troppo mortuaria, ve lo giuro in
[ginocchio
e con le mani sul capo, starsene seduti anche un po’ pigramente,
[annoiati,
in una piccola pozza di contrarietà perché qualcuno vi ha sfilato il
[giornale
con le ultime menzogne della sera, qualcun altro vi guarda storto dal
[finestrino
dell’auto ferma al semaforo, troppi canarini cinguettano, e manca pane
[& mortadella,
e l’inverno è alle porte con la solita maleducazione, e chissà
[cos’altro, poi:

è sempre una sensazione discretamente eccitante starsene seduti, come
[ora stiamo
facendo, sulla sedia elettrica, cara vecchia zia, in attesa paziente che gli
[addetti
si decidano una buona volta a dare corrente al potenziale giusto, senza
strafare, attenti al rispetto dei tempi secondo la lezione dei migliori
[manuali, in modo che
- com’è delicatamente auspicabile - la nostra pelle e le nostre midolla
[risultino
cotte a puntino, un bell’arrosto comme il faut, proprio come piaceva a
[quel maniaco
di Andy Warhol — in questa prima luce dell’alba che ci sfiora,
[ci disorienta, ci coglie
il maledetto cuore.

Una rosa è una rosa

Sul mio tavolo da lavoro, molto brechtianamente, tengo
una rosa rossa d’acciaio smaltato che affiora da un grattacielo
di cemento e un piede nudo insanguinato di ceramica
firmato Fulgenzi, che ha un foro nel tallone.
Non ho ancora capito il possibile senso simbolico
dell’accostamento, che pure m’intriga e mi procura, specie
nelle giornate in cui mi sento lontanissimo dal mondo, e il mondo
è pazzo come il vento, un’ombra di malessere
più volatile del mercurio.

Rosa, Acciaio. Cemento. Piede. Ceramica. E quel filo di sangue
che cola dalla caviglia mozza, mimetico, più vero del vero, rosso
non meno della rosa che svetta sul suo gambo
di verde vivo: e a un tratto si svelle dal cemento
che la soffoca, e in un guizzo omicida
mi si infigge nella gola, mi uccide.
❦ Lettera morta · Mario Lunetta
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