Una rosa è una rosa

Sul mio tavolo da lavoro, molto brechtianamente, tengo
una rosa rossa d’acciaio smaltato che affiora da un grattacielo
di cemento e un piede nudo insanguinato di ceramica
firmato Fulgenzi, che ha un foro nel tallone.
Non ho ancora capito il possibile senso simbolico
dell’accostamento, che pure m’intriga e mi procura, specie
nelle giornate in cui mi sento lontanissimo dal mondo, e il mondo
è pazzo come il vento, un’ombra di malessere
più volatile del mercurio.

Rosa, Acciaio. Cemento. Piede. Ceramica. E quel filo di sangue
che cola dalla caviglia mozza, mimetico, più vero del vero, rosso
non meno della rosa che svetta sul suo gambo
di verde vivo: e a un tratto si svelle dal cemento
che la soffoca, e in un guizzo omicida
mi si infigge nella gola, mi uccide.
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