Ben venga maggio
Ben venga maggio
e ’l gonfalon selvaggio.
Ben venga primavera
che vuol l’uom s’innamori.
E voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli;
chè le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
chè non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
ai vostri innamorati;
rendete i cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi Îl’altrui core invola
ad altrui doni il core.
Ma chi è quel che vola?
E’ l’angiolo d’amore
E’ l’angiolo d’amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, al maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli i fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi;
chè le zitelle e i grandi
s’innamoran di maggio.
Il canto d’aristeo
Udite, selve, mie dolci parole,
poichè la bella ninfa udir non vuole.
La bella ninfa sorda al mio lamento
il suon di nostra fistola non cura:
di ciò si lagna il mio cornuto armento,
nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
nè vuol toccar la tenera verdura;
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore:
la ninfa non si cura dello amante,
la bella ninfa c’ha di sasso il core:
di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fugge da me sempre d’avante,
come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fistola mia, come via fugge
con gli anni insieme sua bellezza isnella;
e digli come il tempo ci distrugge,
nè l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar sua forma bella,
che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi
dentro all’orecchie della ninfa mia:
dite quante per lei lagrime versi,
e la pregate che crudel non sia:
dite che la mia vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
Ufdite, selve, mie dolci parole.
Il coro delle baccanti
Ciascun segua, o Bacco, te:
Bacco, Bacco, oè, oè!
Di corimbi e di verd’edere
cinto il capo abbiam così
per servirti a tuo richiedere
festeggiando notte e dì.
Ognun beva: Bacco è qui:
e lasciate bere a me.
Ciascun segua, o Bacco, te.
Io ho vôto già il mio corno:
porgi quel cantaro in qua,
questo monte gira intorno,
o ’l cervello a cerchio va.
Ognun corra in qua o in là,
come vede fare a me;
ciascun segua, o Bacco, te.
Io mi moro già di sonno:
sono io ebra o si o no?
Più star dritti i piè non ponno.
Voi siet’ebri; ch’io lo so.
Ognun faccia com’io fo:
ognun succe come me:
ciascun segua, o Bacco, te.
Ognun gridi Bacco Bacco;
e pur cacci del vin giù:
poi col sonno farem fiacco.
Bevi tu e tu e tu.
Io non posso ballar più.
Ognun gridi oè oè:
ciascun segua, o Bacco, te.
Bacco, Bacco! oè, oè!
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
La notte
La notte che le cose ci nasconde
tornava ombrata di stellato ammanto:
e l’usignuol sotto le amate fronde
cantando ripetea l’antico pianto;
ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
ch’ogn’altro augel quetato avea già il canto:
dalla cimmeria valle uscian le torme
de’ sogni negri con diverse forme.
La rosa
Trema la mammoletta verginella,
con occhi bassi, onesta e vergognosa.
Ma vie più lieta, più ridente e bella,
ardisce aprire il seno al sol la rosa:
questa di verdi gemme s’incappella;
quella si mostra allo sportel vezzosa,
l’altra che ’n dolce foco ardea pur ora,
languida cade, e ’l bel pratello infiora.
To mi trovai, fanciulle
To mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a còr di quelli
per adornare i miei biondi capelli
e cinger di grillanda il vago crino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
Ma poi chio ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io corsi allor per empier tutto il grembo,
perché’era sì soave il loro odore
chè tutto mi sentii destare il core
di dolce voglia e d’un piacer divino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
I6 posi mente: quelle rose allora
mai non vi potrei dir quant’eran belle;
quale scoppiava dalla boccia ancora;
qual’erano un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: “ Va’, cò di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino.”
To mi trovai, fanciulle. . . .
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita;
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliam la bella rosa del giardino.
Zefiro già di bei fioretti adorno
Zefiro già di bei fioretti adorno
avea de’ monti tolta ogni pruina:
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina:
risonava la selva intorno intorno
soavemente all’Ora mattutina:
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando or uno or altro fiore.