L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.