Poesie di questo tema
Incontro e passione
Agnolo Poliziano
Ben venga maggio
Ben venga maggio
e ’l gonfalon selvaggio.
Ben venga primavera
che vuol l’uom s’innamori.
E voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli;
chè le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
chè non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
ai vostri innamorati;
rendete i cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi Îl’altrui core invola
ad altrui doni il core.
Ma chi è quel che vola?
e ’l gonfalon selvaggio.
Ben venga primavera
che vuol l’uom s’innamori.
E voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli;
chè le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
chè non si rinnovella
l’età, come fa l’erba:
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
ai vostri innamorati;
rendete i cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi Îl’altrui core invola
ad altrui doni il core.
Ma chi è quel che vola?
Agnolo Poliziano
E’ l’angiolo d’amore
E’ l’angiolo d’amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, al maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli i fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi;
chè le zitelle e i grandi
s’innamoran di maggio.
che viene a fare onore
con voi, donzelle, al maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli i fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi;
chè le zitelle e i grandi
s’innamoran di maggio.
Agnolo Poliziano
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
L’ardito Iulio al giorno ancora acerbo
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
allor ch’al tufo torna la civetta,
fatto frenare il corridor superbo,
verso la selva con sua gente eletta
prese il cammino (e sotto buon riserbo
seguia de’ fedel can la schiera stretta);
di ciò che fa mestieri a caccia adotni,
ma pur seguendo sua vana speranza
pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
lieta una ninfa; e via la fera sparve.
La fera sparve via dalle sue ciglia;
ma il giovan della fera omai non cura,
anzi ristringe al corridor la briglia,
e lo raffrena sopra a la verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
pur della ninfa mira la figura;
pargli che dal bel viso e da’ begli occhi
una nuova dolcezza al cor gli fiocchi.
e
e
XLIII
Candida è ella e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d’erba:
lo inanellato crin dell’aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
e quanto può sue cure disacerba.
Nell’atto regalmente è mansueta
e pur col ciglio le tempeste acqueta.
XLIV
Folgoran gli occhi d’un dolce sereno
ove sue face tien Cupido ascose;
l’aer d’intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose
ogni aura tace al suo parlar divino
e canta ogni augelletto in suo latino.
XLVII
Ella era assisa sopra la verdura,
allegra e ghirlandetta avea contesta;
di quanti fior creasse mai Natura,
di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovan pose cura
alquanto paurosa alzò la Vesta:
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.
e
LY
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sopra l’erbetta i passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono i boschi allor dolci lamenti,
e gli augelletti a pianger cominciarno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia, azzurra fassi.
Agnolo Poliziano
To mi trovai, fanciulle
To mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a còr di quelli
per adornare i miei biondi capelli
e cinger di grillanda il vago crino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
Ma poi chio ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io corsi allor per empier tutto il grembo,
perché’era sì soave il loro odore
chè tutto mi sentii destare il core
di dolce voglia e d’un piacer divino.
To mi trovai, fanciulle. . . .
I6 posi mente: quelle rose allora
mai non vi potrei dir quant’eran belle;
quale scoppiava dalla boccia ancora;
qual’erano un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: “ Va’, cò di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino.”
To mi trovai, fanciulle. . . .
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita;
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita;
sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliam la bella rosa del giardino.
Annibal Caro
Se tu vuoi, Cencia mia
Se tu vuoi, Cencia mia, questa mia Fava,
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
Arnaldo Fusinato
Da Una grande passione
Fervea la danza, e via per la lucente
sala le coppie trascorrean danzanti;
mentr’io, straniero affatto e indifferente
allo spettacol che m’era davanti,
me ne stava seduto in un cantone
sorseggiandomi un’acqua di limone.
Quando, levando gli occhi (oh! benedetta
quella levata d’occhi, a cui pur deggio
tutto quel bene che quaggiù m’aspetta),
poco lontan dalla mia sedia io veggio
un angiolo del ciel, che in velo bianco
stava seduto della mamma al fianco.
Gran bella mamma! nella man stringea
un piumato ventaglio; il crin canuto
con elegante industria nascondea
sotto un ampio turbante di velluto,
e dal turbante le piovea sul viso
un magnifico uccel di paradiso.
Ma la figlia! la figlia! in lunghe anella
il crin spartito le ombreggiava il volto:
come s’addice a ingenua verginella
il languid’occhio al suol tenea rivolto,
mentre fra i suoi labbruzzi di rubino
con due dita spingeva un biscottino.
Oh! chi non vide mai, come vid’io,
tra le armonie di splendido festino
un angiolo vezzoso al par del mio
mangiarsi con due dita un biscottino,
non può farsi un’idea del fuoco ardente
che in quel punto m’accese e core e mente.
Come una molla che percossa scatta,
io balzai dalla sedia, e senza più
il nodo m’acconciai della cravatta,
calcai le suste al mio cappel-gibus,
ed infilati i miei guanti glacés
vèr lei mi spinsi con un pas-glissé.
Fo del mio corpo un arco, e con la mano
la invito al ballo: un languido sorriso,
indizio certo del piacere arcano
ch’io le suscito in cor, le brilla in viso:
suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella
mi balza incontro saltellante e snella.
E al mio braccio il suo fianco abbandonato,
spiccammo il volo, e poi che sì vicino
al mio volto passar sento quel fiato
che la fragranza avea del biscottino,
così mi punge in quell’istante amore,
che arditamente me la stringo al cuore.
D’un virgineo rossor tinto il sembiante,
lo sguardo in me fissò quell’angioletta,
e mentre colla sua mano tremante
mi ricambiava un’eloquente stretta,
il cor sì forte mi battea che fe’
saltar via due bottoni al mio gilet.
sala le coppie trascorrean danzanti;
mentr’io, straniero affatto e indifferente
allo spettacol che m’era davanti,
me ne stava seduto in un cantone
sorseggiandomi un’acqua di limone.
Quando, levando gli occhi (oh! benedetta
quella levata d’occhi, a cui pur deggio
tutto quel bene che quaggiù m’aspetta),
poco lontan dalla mia sedia io veggio
un angiolo del ciel, che in velo bianco
stava seduto della mamma al fianco.
Gran bella mamma! nella man stringea
un piumato ventaglio; il crin canuto
con elegante industria nascondea
sotto un ampio turbante di velluto,
e dal turbante le piovea sul viso
un magnifico uccel di paradiso.
Ma la figlia! la figlia! in lunghe anella
il crin spartito le ombreggiava il volto:
come s’addice a ingenua verginella
il languid’occhio al suol tenea rivolto,
mentre fra i suoi labbruzzi di rubino
con due dita spingeva un biscottino.
Oh! chi non vide mai, come vid’io,
tra le armonie di splendido festino
un angiolo vezzoso al par del mio
mangiarsi con due dita un biscottino,
non può farsi un’idea del fuoco ardente
che in quel punto m’accese e core e mente.
Come una molla che percossa scatta,
io balzai dalla sedia, e senza più
il nodo m’acconciai della cravatta,
calcai le suste al mio cappel-gibus,
ed infilati i miei guanti glacés
vèr lei mi spinsi con un pas-glissé.
Fo del mio corpo un arco, e con la mano
la invito al ballo: un languido sorriso,
indizio certo del piacere arcano
ch’io le suscito in cor, le brilla in viso:
suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella
mi balza incontro saltellante e snella.
E al mio braccio il suo fianco abbandonato,
spiccammo il volo, e poi che sì vicino
al mio volto passar sento quel fiato
che la fragranza avea del biscottino,
così mi punge in quell’istante amore,
che arditamente me la stringo al cuore.
D’un virgineo rossor tinto il sembiante,
lo sguardo in me fissò quell’angioletta,
e mentre colla sua mano tremante
mi ricambiava un’eloquente stretta,
il cor sì forte mi battea che fe’
saltar via due bottoni al mio gilet.
Camillo Sbarbaro
Io che come un sonnambulo cammino
Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.
Carlo Porta
Dal Marchionn di gamb avert
Godeva la mia vita i mes indree
proppi campagna, in pas e in libertaa;
i varoeul i eva faa,
seva foeura di busch quant al mestee,
e in grazia di desgrazzi
che de bagaj m’han revoltaa i garett
aveva anch passaa nett
el pù malarbetton de tucc i dazzi.
Seva insomma la incia de Milan,
el capp di logg, el pader di legrij,
e in tucc i cottarij
no se parlava d’olter che del Nan.
De gionta anca sonava
fior de sonad in sull’armandorin,
e se andava a on festin
gh’eva subet la gent che se portava.
E appont in su la sara del Battista
in dove fava el primm sto carnevaa
me sorit trovaa imbrojaa
come on merla in di lazz a l’improvvista.
Mì inscì come se fa
giubianava per spass con la Tetton,
e lee con quij oggion
la me dava mej ansa a giubianà.
Che fitt, che foi! Mì la vardava lee
e lee de scrocca la vardava mì,
i nost oeucc even lì
saldo adoss vun de l’oltra innanz indree,
ma infin daj e redaj
doeuggia, sbarloeuggia quij duu oggion de foeugh,
sont rivaa in coo del gioeugh
a brusattamm i ar come on parpaj.
Ma el colp che m’ha traa là come on per cott
l’è staa quand ona sira sta baltrocca
la m’ha strappaa de bocca
la caraffa lì lì in sull’ultem gott
e postandela in mezz
de quij duu laver ch’even de bornis,
Sur Marchiònn, la dis,
bevi con pocch respett i soeu bellezz!
In quell pont ona vampa de calor
la m’ha quattaa la faccia, el coeur, el coll;
soltaven i paroll
e i oeucc voreven soltà foeura anch lor,
e fin l’armandorin,
che ghe l’eva de car come on fradell,
el m’è borlaa anca quell
debass del pè di pee de l’orchestin.
A vedella chi inscì con che premura
la s’è sbassada giò per toeummel sù,
Cristo! n’hoo possuu pù,
che bombè, che gambott, che inquartadura!
La m’ha daa de maross
tra el manegh e i biroeu ona strengiudina
de man tant moresina
ch’hoo sentuu i sgrisor fina in mezz di oss.
proppi campagna, in pas e in libertaa;
i varoeul i eva faa,
seva foeura di busch quant al mestee,
e in grazia di desgrazzi
che de bagaj m’han revoltaa i garett
aveva anch passaa nett
el pù malarbetton de tucc i dazzi.
Seva insomma la incia de Milan,
el capp di logg, el pader di legrij,
e in tucc i cottarij
no se parlava d’olter che del Nan.
De gionta anca sonava
fior de sonad in sull’armandorin,
e se andava a on festin
gh’eva subet la gent che se portava.
E appont in su la sara del Battista
in dove fava el primm sto carnevaa
me sorit trovaa imbrojaa
come on merla in di lazz a l’improvvista.
Mì inscì come se fa
giubianava per spass con la Tetton,
e lee con quij oggion
la me dava mej ansa a giubianà.
Che fitt, che foi! Mì la vardava lee
e lee de scrocca la vardava mì,
i nost oeucc even lì
saldo adoss vun de l’oltra innanz indree,
ma infin daj e redaj
doeuggia, sbarloeuggia quij duu oggion de foeugh,
sont rivaa in coo del gioeugh
a brusattamm i ar come on parpaj.
Ma el colp che m’ha traa là come on per cott
l’è staa quand ona sira sta baltrocca
la m’ha strappaa de bocca
la caraffa lì lì in sull’ultem gott
e postandela in mezz
de quij duu laver ch’even de bornis,
Sur Marchiònn, la dis,
bevi con pocch respett i soeu bellezz!
In quell pont ona vampa de calor
la m’ha quattaa la faccia, el coeur, el coll;
soltaven i paroll
e i oeucc voreven soltà foeura anch lor,
e fin l’armandorin,
che ghe l’eva de car come on fradell,
el m’è borlaa anca quell
debass del pè di pee de l’orchestin.
A vedella chi inscì con che premura
la s’è sbassada giò per toeummel sù,
Cristo! n’hoo possuu pù,
che bombè, che gambott, che inquartadura!
La m’ha daa de maross
tra el manegh e i biroeu ona strengiudina
de man tant moresina
ch’hoo sentuu i sgrisor fina in mezz di oss.
Castra Fiorentino
Una fermana iscoppai da Cascioli
Una fermana iscoppai da Cascioli:
cetto cetto sa gia in grand’aina
e cocino portava in pignoli
saimato di buona saina,
Disse: “A te dare’ rossi treccioli
e operata cinta samartina
se comeco ti dài ne la cabba;
se mi viva, mai e boni scarponi.”
Soca i è, mal lo fai l’om che cabba
la fantilla di Cencio Guidoni.
Ka donno meo me l’àì comannato,
ca là è’ le ne vada a le rote,
in qual so’, co lo vitto ferato,
a li scotitori, che non me’n cote,
e con un truffo di vin misticato,
e non mi scordassero le gote
e li scattoni per ben minestrare
la farfiata de lo bono farfione.
Leva ’nt’esso, non m’avicinare,
”
ou tu semplo, milenso, mamone!
Ed io tutto mi fui spaventato
per timiccio, che non asatanai.
Quando la fermana tansi’n costato,
quella mi diede e disse: “Ai!
O tu cretto, dogliuto, crepato,
per lo volto di Dio, mal lo fai,
che di me non puoi aver pur una cica,
se già non mi prendessi a noscella.
Escionna, non gire per la spica,
sì ti veio arlucare la mascella!”
“O fermana, se mi t’aconsenchi,
duròti panari di profici
e morici per fare bianchi denchi:
tu-lli à tòrte, se quisso no ’rdici.
Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi,
giungeròtti colori in tralici.”
“E io più non ti faccio rubusto,
poi cotanto m’ài asucotata:
vienci ancoi, né sia Pirino rusto,
ed adocchia non sia stimulata.”
buona veccia. Levati subito, non ti avvicinare, o tu scemo, melenso,
bamboccio!”
A borrito ne gio a l’aterrato,
ch’era alvato senza follena;
lo battisacco trovai be-llavato,
e da capo mi pose la scena;
e tutto quanto mi foi consolato,
ca sopra mi gittò buona lena;
e conesso mi fui apattovito
e unqua me’ non vi’ quando altr’ ei,
“Mai lo fai tu com’omo iscionito:
be’ mi pare che tu mastro èi.”
l’andamento metrico è tipicamente recitativo, da intratte-
nimento sia pure edificante.
Anonimo
cetto cetto sa gia in grand’aina
e cocino portava in pignoli
saimato di buona saina,
Disse: “A te dare’ rossi treccioli
e operata cinta samartina
se comeco ti dài ne la cabba;
se mi viva, mai e boni scarponi.”
Soca i è, mal lo fai l’om che cabba
la fantilla di Cencio Guidoni.
Ka donno meo me l’àì comannato,
ca là è’ le ne vada a le rote,
in qual so’, co lo vitto ferato,
a li scotitori, che non me’n cote,
e con un truffo di vin misticato,
e non mi scordassero le gote
e li scattoni per ben minestrare
la farfiata de lo bono farfione.
Leva ’nt’esso, non m’avicinare,
”
ou tu semplo, milenso, mamone!
Ed io tutto mi fui spaventato
per timiccio, che non asatanai.
Quando la fermana tansi’n costato,
quella mi diede e disse: “Ai!
O tu cretto, dogliuto, crepato,
per lo volto di Dio, mal lo fai,
che di me non puoi aver pur una cica,
se già non mi prendessi a noscella.
Escionna, non gire per la spica,
sì ti veio arlucare la mascella!”
“O fermana, se mi t’aconsenchi,
duròti panari di profici
e morici per fare bianchi denchi:
tu-lli à tòrte, se quisso no ’rdici.
Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi,
giungeròtti colori in tralici.”
“E io più non ti faccio rubusto,
poi cotanto m’ài asucotata:
vienci ancoi, né sia Pirino rusto,
ed adocchia non sia stimulata.”
buona veccia. Levati subito, non ti avvicinare, o tu scemo, melenso,
bamboccio!”
A borrito ne gio a l’aterrato,
ch’era alvato senza follena;
lo battisacco trovai be-llavato,
e da capo mi pose la scena;
e tutto quanto mi foi consolato,
ca sopra mi gittò buona lena;
e conesso mi fui apattovito
e unqua me’ non vi’ quando altr’ ei,
“Mai lo fai tu com’omo iscionito:
be’ mi pare che tu mastro èi.”
l’andamento metrico è tipicamente recitativo, da intratte-
nimento sia pure edificante.
Anonimo
Cecco Angiolieri
Tre cose solamente mi so’ in grado
‘Tre cose solamente mi so’ in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.
le quali posso non ben ben fornire,
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.
Cesare Zavattini
Na not
Sota la finestra
dna furastéra
ot
zuvnot
na not
pina da steli
ia tirà föra
al grél.
Ve zò
i g’adgeva.
Lé meza lugada
in dl’ombra
la rideva.
dna furastéra
ot
zuvnot
na not
pina da steli
ia tirà föra
al grél.
Ve zò
i g’adgeva.
Lé meza lugada
in dl’ombra
la rideva.
Enrico Cavacchioli
Primavera borghese
Tardi viali, impigriti nell’ombra calda dell’ultimo sole!
Si confondono le cose in una nube diafana di lontananza
e gli alberi protendono le grandi braccia vestite
di una frangia verde di foglie vive,
sui sedili solitari: dove bisbigliano gli amanti primaverili.
Quest’angolo di mistero spalanca i panorami azzurri
del desiderio in tutte le pupille che sognano,
e il desiderio ad ogni istante si raddoppia.
Passano uno alla volta, coppia dopo coppia,
1° uomini e donne avvolti in mantelli di tenebre.
Vanno col passo stanco come se indugiassero sui loro baci,
come se camminassero sulle loro parole dolcissime:
nel paese degli innamorati
che la primavera accende di piccole lucciole
La città si è dimenticata del grande giardino, che
all’ombra solitaria della sua decrepitezza, vive
ed all’infuori di queste ombre d’amore, che passano
abbracciate, forse per una volta sola, in cerca della gioia,
nessuno disturba il silenzio della solitudine borghese:
nemmeno i grilli!
Gli alberi si profilano nel cielo, dondolando
le braccia, come se ad ogni coppia che passa
e si allontana sulla cadenza dei baci lunghissimi
volessero lanciare una pioggia di fiori: come un pugno di confetti.
Diventano più sonnolenti e più violetti
pa
ad ogni minuto: poi s’inchinano alle stelle
in un gaglioffo saluto proverbiale,
e s’addormentano in un’estasi generale,
immobili: per non turbare con la presenza importuna
questi falsi richiami ciabattoni
di falsi innamorati: troppo ubriachi di luna...
Si confondono le cose in una nube diafana di lontananza
e gli alberi protendono le grandi braccia vestite
di una frangia verde di foglie vive,
sui sedili solitari: dove bisbigliano gli amanti primaverili.
Quest’angolo di mistero spalanca i panorami azzurri
del desiderio in tutte le pupille che sognano,
e il desiderio ad ogni istante si raddoppia.
Passano uno alla volta, coppia dopo coppia,
1° uomini e donne avvolti in mantelli di tenebre.
Vanno col passo stanco come se indugiassero sui loro baci,
come se camminassero sulle loro parole dolcissime:
nel paese degli innamorati
che la primavera accende di piccole lucciole
La città si è dimenticata del grande giardino, che
all’ombra solitaria della sua decrepitezza, vive
ed all’infuori di queste ombre d’amore, che passano
abbracciate, forse per una volta sola, in cerca della gioia,
nessuno disturba il silenzio della solitudine borghese:
nemmeno i grilli!
Gli alberi si profilano nel cielo, dondolando
le braccia, come se ad ogni coppia che passa
e si allontana sulla cadenza dei baci lunghissimi
volessero lanciare una pioggia di fiori: come un pugno di confetti.
Diventano più sonnolenti e più violetti
pa
ad ogni minuto: poi s’inchinano alle stelle
in un gaglioffo saluto proverbiale,
e s’addormentano in un’estasi generale,
immobili: per non turbare con la presenza importuna
questi falsi richiami ciabattoni
di falsi innamorati: troppo ubriachi di luna...
Giuseppe Belli
A ccompar Dimenico
Me sò ffatto, compare, una regazza
bianca e rrosscia, chiapputa e bbadialona,
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ bbrocche, pe ddio, che cce se sguazza.
Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».
Si ttu cce vói vienì dda bbon fratello,
te sce porto cor fedigo e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.
Perché si ccaso sce vói fà er bruttone,
do dde guanto a ddu’ fronne de cortelló
e tte manno a Ppalazzo pe ccappone.
bianca e rrosscia, chiapputa e bbadialona,
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ bbrocche, pe ddio, che cce se sguazza.
Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».
Si ttu cce vói vienì dda bbon fratello,
te sce porto cor fedigo e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.
Perché si ccaso sce vói fà er bruttone,
do dde guanto a ddu’ fronne de cortelló
e tte manno a Ppalazzo pe ccappone.
Giuseppe Belli
Er bene pe li morti
Oggi se dà ccomincio all’ottavario
de li poveri morti; e ddite puro
che ttra ppredica, moccoli, e rrosario,
se vòta er purgatorio de sicuro.
Se sa, a le donne, lli mmezz’ a lo scuro,
quarche pìzzico ar culo è nnescessario.
Quarche smaneggio tra la porta e ’r muro
serve a li vivi pe un tantin de svario.
Ecco er fine de tante bbaraonne
de regazze che vvanno pe le cchiese.
Quest’è ’r carnovaletto de le donne.
Tutte sciànno più o mmeno er zu’ racchietto,
e llì, ssiconno er genio der paese,
fanno l’amore senza dà ssospetto.
de li poveri morti; e ddite puro
che ttra ppredica, moccoli, e rrosario,
se vòta er purgatorio de sicuro.
Se sa, a le donne, lli mmezz’ a lo scuro,
quarche pìzzico ar culo è nnescessario.
Quarche smaneggio tra la porta e ’r muro
serve a li vivi pe un tantin de svario.
Ecco er fine de tante bbaraonne
de regazze che vvanno pe le cchiese.
Quest’è ’r carnovaletto de le donne.
Tutte sciànno più o mmeno er zu’ racchietto,
e llì, ssiconno er genio der paese,
fanno l’amore senza dà ssospetto.
Giuseppe Belli
Er zegréto
Ner fà a l’amore un goccio de segreto
quanto è ggustoso nun potete crede.
Più assai der testamento pe un erede,
più assai de li piselli co l’aneto.
Fàsse l’occhietto, stuzzicasse er piede,
toccasse la manina pe ddereto
spasseggià ppe li tetti e pp’ er canneto
mentre er prossimo tuo sta in bona fede;
dasse li rigaletti a la sordina,
annà scarzi e a ttastone a mmezza notte
eppoi fàcce l’indiani la matina…
Io vorìa chiede a le perzone dotte
per che mmotivo quer passa-e-ccammina
e cquele furberie sò accusi jjotte.
quanto è ggustoso nun potete crede.
Più assai der testamento pe un erede,
più assai de li piselli co l’aneto.
Fàsse l’occhietto, stuzzicasse er piede,
toccasse la manina pe ddereto
spasseggià ppe li tetti e pp’ er canneto
mentre er prossimo tuo sta in bona fede;
dasse li rigaletti a la sordina,
annà scarzi e a ttastone a mmezza notte
eppoi fàcce l’indiani la matina…
Io vorìa chiede a le perzone dotte
per che mmotivo quer passa-e-ccammina
e cquele furberie sò accusi jjotte.
Giuseppe Belli
Giuveddì Ssanto
Fa’… che ggusto!… spi… Zzitto! ecco er cannone!
Abbasta, abbasta, sù, ccaccia l’uscello.
Nu lo senti ch’edè? spara Castello:
seggno ch’er Papa sta ssopra ar loggione.
Mettémesce un’e ll’antro in ginocchione:
per oggi contentàmesce, fratello.
Un po’ ar corpo e un po’ all’anima: bberbello:
pijjamo adesso la bbonidizzione.
Quanno ch’er Zanto-Padre arza la mano,
pòi in articolo-morte fà li conti
a ggruggn’a ggruggno coll’inferno sano.
E nnun guasta che nnoi semo a li Monti,
e ’r Papa sta a Ssan Pietr’ in Vaticano:
oggi er croscione suo passa li ponti.
Abbasta, abbasta, sù, ccaccia l’uscello.
Nu lo senti ch’edè? spara Castello:
seggno ch’er Papa sta ssopra ar loggione.
Mettémesce un’e ll’antro in ginocchione:
per oggi contentàmesce, fratello.
Un po’ ar corpo e un po’ all’anima: bberbello:
pijjamo adesso la bbonidizzione.
Quanno ch’er Zanto-Padre arza la mano,
pòi in articolo-morte fà li conti
a ggruggn’a ggruggno coll’inferno sano.
E nnun guasta che nnoi semo a li Monti,
e ’r Papa sta a Ssan Pietr’ in Vaticano:
oggi er croscione suo passa li ponti.
Giuseppe Belli
Indovinela grillo
Tu mm’addimanni a mmé ssi ffu puttana
a li su’ tempi la casta Susanna.
Che vvòi che tt’arisponni a sta dimanna?
Bisognerebbe dìllo a la mammana.
Ma ccerto cuella vorta che in funtana
l’acchiapponno li bbocci a la lavanna,
se po’ rride d’accusa e de condanna
ch’entrassino li lupi in de la tana
Che vvòi che sse fascessi de du’ vecchi
co cquelle sscimmesscimme-cose-mossce?
Nun je la vòrze dà: ddillo, e cciazzecchi.
Ma ssi la donna tu la vói conossce,
métteje avanti un par de torciorecchi,
eppoi guardeje er gioco de le cossce.
a li su’ tempi la casta Susanna.
Che vvòi che tt’arisponni a sta dimanna?
Bisognerebbe dìllo a la mammana.
Ma ccerto cuella vorta che in funtana
l’acchiapponno li bbocci a la lavanna,
se po’ rride d’accusa e de condanna
ch’entrassino li lupi in de la tana
Che vvòi che sse fascessi de du’ vecchi
co cquelle sscimmesscimme-cose-mossce?
Nun je la vòrze dà: ddillo, e cciazzecchi.
Ma ssi la donna tu la vói conossce,
métteje avanti un par de torciorecchi,
eppoi guardeje er gioco de le cossce.
Giuseppe Belli
La nottata de spavento
Come! Aritorni via. Cusì infuriato?!
Tu quarche cosa te va p’er cervello.
Oh dio! che ciài lì sotto? ch’edè quello?
Vergine santa mia! tu te se’ armato.
Ah Pippo, nun lassamme in questo stato:
Pippo, pe’ carità, Pippo mio bello,
posa quell’arma, damme quer cortello
pe’ l’amor de Gesù Sagramentato.
Tu non eschi de qua: no, nun zo’ Tuta,
S’eschi. Ammazzeme puro, famme in tocchi,
ma nun te fo annà: so’ arisoluta.
Nun volé che sto povero angeletto,
che dorme accusì caro, a l’uprì *) l’occhi
nun ritrovi più er padre accant’ar letto.
Tu quarche cosa te va p’er cervello.
Oh dio! che ciài lì sotto? ch’edè quello?
Vergine santa mia! tu te se’ armato.
Ah Pippo, nun lassamme in questo stato:
Pippo, pe’ carità, Pippo mio bello,
posa quell’arma, damme quer cortello
pe’ l’amor de Gesù Sagramentato.
Tu non eschi de qua: no, nun zo’ Tuta,
S’eschi. Ammazzeme puro, famme in tocchi,
ma nun te fo annà: so’ arisoluta.
Nun volé che sto povero angeletto,
che dorme accusì caro, a l’uprì *) l’occhi
nun ritrovi più er padre accant’ar letto.
Giuseppe Belli
La peracottara
Sto a ffà la caccia, caso che mmommone
passassi pe dde cqua cquela pasciccca,
che va strillanno co ttanta de bbocca:
sò ccanniti le pera cotte bbone.
Ché la voria schiaffà ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca;
sibbè che mm’abbi ditto Delarocca,
c’ho la pulenta e mmò mme viè un tincone.
Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro chi ll’attacca a llei?
Le cose de sto monno accusì vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei.
Alegria! chi sse scortica su’ danno.
passassi pe dde cqua cquela pasciccca,
che va strillanno co ttanta de bbocca:
sò ccanniti le pera cotte bbone.
Ché la voria schiaffà ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca;
sibbè che mm’abbi ditto Delarocca,
c’ho la pulenta e mmò mme viè un tincone.
Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro chi ll’attacca a llei?
Le cose de sto monno accusì vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei.
Alegria! chi sse scortica su’ danno.
Giuseppe Belli
La vergna l’ha cchi la vò
La donna che nnun vò, vàttela a ffrega!
Mica er fregà ssò ffiaschi che ss’abbotteno.
Tutte le fiche ar monno che sse fotteno
s’hanno perché nnun c’è cchi tte le nega.
Le donne che nun vonno uprì bbottega
sò sserpe, furie, arpìe, tizzi che scotteno:
te sgraffieno la faccia, te scazzotteno…
Chi ttrova er buscio pe scopalle? Bbrega?
E Mmaria de le Grazzie? e la Madonna?
Sta in chiesa a Pport’Angelica er quadretto
cor Pè-Gè-Rè che jj’attaccò una donna.
Lei sta ddipinta a ccossce larghe a lletto,
e un omo co una mano su la monna
tiè cco ddu’ deta un ber garofoletto.
Mica er fregà ssò ffiaschi che ss’abbotteno.
Tutte le fiche ar monno che sse fotteno
s’hanno perché nnun c’è cchi tte le nega.
Le donne che nun vonno uprì bbottega
sò sserpe, furie, arpìe, tizzi che scotteno:
te sgraffieno la faccia, te scazzotteno…
Chi ttrova er buscio pe scopalle? Bbrega?
E Mmaria de le Grazzie? e la Madonna?
Sta in chiesa a Pport’Angelica er quadretto
cor Pè-Gè-Rè che jj’attaccò una donna.
Lei sta ddipinta a ccossce larghe a lletto,
e un omo co una mano su la monna
tiè cco ddu’ deta un ber garofoletto.
Giuseppe Belli
Le du’ mosche
Tu sta’ attenta a le mosche, Nastasìa,
mentr’una nun ze move e una cammina,
che ammalappena questa j’è vviscina,
je zompa su la groppa e ttira via.
Accusì è la cumprisione mia:
ch’io vedenno una femmina, per dina!,
si nun je do una bbona incarcatina
me parerebbe d’èsse in angonia.
Lo sa l’Urion de Monti s’io sce tiro,
e lo pò ddì cco ttutta la raggione
ch’io sò la mosca che vva ssempre in giro.
E istesso lo sa ttutta la Caserma
de Scimarra, che ttu ddrent’a l’Urione
sei l’antra mosca che sta ssempre ferma.
mentr’una nun ze move e una cammina,
che ammalappena questa j’è vviscina,
je zompa su la groppa e ttira via.
Accusì è la cumprisione mia:
ch’io vedenno una femmina, per dina!,
si nun je do una bbona incarcatina
me parerebbe d’èsse in angonia.
Lo sa l’Urion de Monti s’io sce tiro,
e lo pò ddì cco ttutta la raggione
ch’io sò la mosca che vva ssempre in giro.
E istesso lo sa ttutta la Caserma
de Scimarra, che ttu ddrent’a l’Urione
sei l’antra mosca che sta ssempre ferma.
Giuseppe Belli
Le figurante
Che angeli che ssò! cche pputtanelle!
Uh bbenemìo che bbrodo de pollanche!
Je metterebbe addosso un par de bbranche
da nun fajje restà mmanco la pelle.
A vedelle arimóvese, a vvedelle
co cquelli belli trilli de le scianche
tremajje in petto du’ zinnette bbianche
come ggiuncate drento a le froscelle!
Che mmodo de guardà! cche occhiate ladre!
Mò vvedo c’ha rraggione er prelatino
che ha mmannato a ffà fotte er Zanto Padre;
e bbuttanno la scorza e ’r collarino,
d’accordo co la fijja e cco la madre
cià ffatto er madrimonio gran-destino.
Uh bbenemìo che bbrodo de pollanche!
Je metterebbe addosso un par de bbranche
da nun fajje restà mmanco la pelle.
A vedelle arimóvese, a vvedelle
co cquelli belli trilli de le scianche
tremajje in petto du’ zinnette bbianche
come ggiuncate drento a le froscelle!
Che mmodo de guardà! cche occhiate ladre!
Mò vvedo c’ha rraggione er prelatino
che ha mmannato a ffà fotte er Zanto Padre;
e bbuttanno la scorza e ’r collarino,
d’accordo co la fijja e cco la madre
cià ffatto er madrimonio gran-destino.
Guido Gozzano
Elogio degli amori ancillari (I)
Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.
M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…
Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
«Ah! Che vergogna! Povera Signora!
Ah! Povera Signora!…» E s’abbandona.
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.
M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…
Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
«Ah! Che vergogna! Povera Signora!
Ah! Povera Signora!…» E s’abbandona.
Guido Gozzano
Ketty
I
Supini al rezzo ritmico del panka.
Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.
Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.
Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,
ma signora di sé, della sua sorte,
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.
Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.
Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.
II
Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.
Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?
Da noi procaccia dollari l’inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» – «Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro...»
Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?»
«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).
Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.
Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;
sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;
l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,
la figlia della cifra e del clamore.
III
Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.
Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...
– «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.
Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...
(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
– «Dischiomerò per Voi l’Italia bella!»
«Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie...»
– «Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...».
L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...).
Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora
il cugino l’attende a giuste nozze.
Supini al rezzo ritmico del panka.
Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.
Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.
Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,
ma signora di sé, della sua sorte,
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.
Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.
Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.
II
Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.
Ora di sogno! E Ketty sogna: «...or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?
Da noi procaccia dollari l’inchiostro...»
«Oro ed alloro!...» – «Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro...»
Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
«Due cose belle ha il mon... Perché ridete?»
«Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).
Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.
Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;
sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;
l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore...»
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,
la figlia della cifra e del clamore.
III
Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.
Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...
– «O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.
Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...
(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
– «Dischiomerò per Voi l’Italia bella!»
«Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie...»
– «Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti...».
L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando...).
Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora
il cugino l’attende a giuste nozze.
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