Mi si chiede l’impossibile, vedo. Mi si chiede ancora,
con fredda grazia, di dare notizie di un luogo che non conosco,
e nei fantasmi del cinema. Mi si chiede ancora, con violenza
entusiastica, di fornire immagini esatte di un luogo a me ignoto:
non possiedo che vaghi indizi, il luogo forse si chiama Budapest.
I tempi erano tempi, e nientr’altro che tempi.
Erano quelli di Capello, quelli di “Veleno” Lorenzi,
di Nyers, del reuccio Amadei, di Rava, di Mazzola,
di Antoniotti gracile genio effimero, quelli ancora
dell’austero, inarrivabile Maroso dal nome d’onda,
spezzato con tutti i suoi compagni da una cuspide
di chiesa, un pinnacolo di basilica invidiosa - e ora
forse, lì nel posto per campioni immortali dove si trova,
e magari si annoia per mancanza di avversari degni
del suo rango soffre per la caduta in B del suo Torino.
I tempi erano tempi, o poco più. Erano quelli, poveri
e limacciosi, ancora senza TV, senza computer né internet,
però con le stagioni tagliate nel verso giusto, pulite,
nette e distinte: i tempi, insomma, di Green, di Liedholm,
di Nordhal che caricava con la furia di un bisonte
irato controvento, di Boniperti, di Gabetto, di Ghiggia
minuscolo, rapido e guizzante al pari di una favilla,
finito - mi pare - come un barbone in una qualche
perduta periferia della sua Montevideo.
Erano tempi i tempi, nient’altro che questo.
Tempi bui, con appena qualche sprazzo di luce subito
soffocata. Nel calcio vigeva il “sistema”, io giocavo
mediano laterale, nessuno disquisiva dottamente
di zona, ultrà, centrocampisti e fasce laterali, Maradona
doveva ancora nascere.
Ogni tanto, nel sonno, mi capita di rivivere
quei tempi trasognati, e nel sogno quel goal che fu -
il più bello della mia risibile carriera: un fruscìo,
un battito d’ali, un chiarore balenante, sì, una soffice
palombella che sentii d’un tratto alle mie spalle
come un miracolo, correndo al trotto verso la porta avversaria,
e - come per telepatia - la gran botta al volo, di collo
pieno, mentre la palla ricadeva dal cielo davanti
a me, il portiere fulminato dal missile, inebetito,
e me, come dire io, io in persona, in genere, numero e caso,
che restavo lì, incollato al terreno, dopo la mazzata, e
mi sentivo grande come Piola, e non ero più lì, né in nessun
altro luogo del pianeta, e mi pareva di morire.
Sono giornate, queste, di scirocco politico,
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.
Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.