Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

1867–1914 · visse 46 anni IT IT

n. 1867-09-30, Milão · m. 1914-07-13, Plesio

Da Canzone alle prostitute

Colpa vostra, ragazze,
uscir dal chiuso per scalar le cime,
dove, in omaggio dell’Academia,
ventri, poppe e natiche scoperte
son l’esche erotiche di tutti li occhialetti;
uncinan desiderii e fantasie
sulle sbagliate intime anatomie;
suscitano rossori, secrete compiacenze
alle sbiadite e sagge signorine,
ai maliziosi e smunti scolaretti,
se vengono a sbirciar, di sotto via
le foglie di fico iperboliche,
i nascosti perché distintivi
tra il muschio e le vallette ripiegate dell’inguinaja.

Colpa vostra concorrere in disputa
colle plurime e antiche divinità d’ogni clima e tempo,
che si dan compiacenti per modello
al nobile scalpello della statuaria.
L’Anadiomene s’anca in curva callipigia;
l’Ebe arrotonda i fianchi e si comprime il ventre
asciutto e intatto alle golosità de’ vecchi areopagiti;
le mamme sporgono quelle Baccanti;
agitan tòrsi e caducei braccia tornite e modellate;
Antinoo gareggia con Narciso,
l’uno tormento d’imperator filosofo,
l’altro invaghito di luna e di se stesso;
Adone, sdrajato bocconi, commenta,
alla terra sonora, il secreto amoroso
che lo volle amante della strana Astarte:
Fauni incoran di rose le Ninfe
prese e compresse dalla foja eterna.

Classiche positure, eccitamenti;
gambe e braccia in arzigogoli;
serpentare di chiome alla furia di bufere assenti;
disturbare la calma compostezza delle membra in
[riposo
nella smania bizzarra che le allaccia;
bocca a succiar la bocca;
ginnastica barocca; acrobatismo aretinesco
sbocciato al fresco dell’Istituto;
mirabili e marmoree bestialità.
La Leda prona al Cigno;
Pasifae al Toro a cui soggiace;
Salomè danza col teschio mozzo in mano;
Ninon e Imperia sorridono tra i riccioli;
lezii, graziette e morti sadiche;
occhi rivulsi di tutte le Martiri;
Lesbo schiumante in frenesia;
Batillo che accetta carezze dal Vecchio;
casta Susanna tra i tre Vecchiardi ebrei;
Caterina da Siena che vien meno alle nozze ascetiche;
e Teresa ubriaca d’onanismo e di succubi
a delirare colle labra contratte;
nuova e stantia mitologia,
pagana e cristiana,
altre e diverse estetiche, permesse oscenità;
Olimpo, Olimpo,
tra i furbi, l’impostori e i deliranti,
di tutti i paesi e di tutte le età.
Perché, vedete, ragazze di tutti,
ecco, le faccie grasse dei banchieri,
ed i musi infrolliti de’ lerci usurai,
il grugno intrufolato delli eroi da comedia,
le smorfie d’etichetta de’ notai,
e il sogghigno che rialza i baffetti
ai biscazzieri e ai sportmen di buona compagnia:
faccie d’ogni retorica;
santi bricconi e autentici;
ministri compiacenti e ruffiani emeriti,
magistrati politici clementi e intogati;
Papi e Re bagascioni e Imperatori,
nobili, cavalieri, industriali e signori;
busti, pose, parrucche, favoriti,
occhi di volpe, di faina e di topi,
ed occhi porcellini lagrimosi;
nasi adunchi, voraci, camusi,
nasini retroussés di maliziosa civetteria;
gardenie al finto occhiello, scollacciature raffazzonate:
ballerine, signore e regine,
benefattrici e manicure
spose, cavallerizze, bardasse e belle impure,
per chi ha pagato, o pagherà,
a richiesta del vuoto malinconico
delle vedove piazze delle Cento Città;
per chi farà costrurre avelli ai cimiteri,
pei sacri e lagrimati ministeri delle menzogne postume;
per la divinità del dì che corre;
non per Voi, ragazze, ultime veritiere,
sfacciate a disonore
della ipocrita e nostra perplessità.

Perché, vedete, io so meglio di Voi
la vostra grazia fiera e inconturbata,
ed il valore che vi insempra eterne.
So la potenza a Voi franca e concessa
dal magistero delle vostre reni,
Sacerdotesse al lubrico passo e fatale
della vita in crisi di pubertà.
A Voi, dal tempio, la Buona Dea
sterile e fiera manda il saluto;
colle Vestali ai riti di Rea partecipaste,
sacrificaste nei lupercali orgiastici.
Ogni religione vi richiese;
volle, tra i fumi de’ tripodi, godere
lo sfarzo roseo delle vostre carni,
sacrificate ancora dal dito rituale nello stupro,
collettrici di Astarte bruna e punica.
Sui crotali a danzar, quando la luna s’incorna
al fiume sacro, a Benares, ritornano
le Bajadere d’ambra costellate di perle e di zaffiri;
torcon le terga e la capigliatura serpenta sul dorso
[falcato;
Voi, per l’estreme revulsioni d’amare,
rullando il ventre nel giro de’ fianchi,
moresche giuocoliere di Tangeri.

E viene sul ritmo dell’anno segnato,
se primavera gonfia precoce,
se sbocciano le primule più fresche alli steli,
se i seni s’inturgidan erettili ai giuochi,
che la lussuria ingenua impara al pubuscente;
e vien la febre rossa e dolorosa.
Spasima il cuore, farnetica la mente;
riverso concede se stesso alla brama
il calice intatto che vuol rifiorire…
completo e perfetto, già frutto nel fiore…
Oh, notti tremende ed insonni: vane delizie nei sogni…
Tutta l’anima umana a boccheggiar sul sesso;
tutto il corpo a pretender l’abbraccio!…
Voi, dunque, a compatir misericordiose,
a prestarvi, a lenire lo spasimo,
creature indifferenti, o ministre di vizio e di bontà.
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Poesie

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Da Canzone alle prostitute

Colpa vostra, ragazze,
uscir dal chiuso per scalar le cime,
dove, in omaggio dell’Academia,
ventri, poppe e natiche scoperte
son l’esche erotiche di tutti li occhialetti;
uncinan desiderii e fantasie
sulle sbagliate intime anatomie;
suscitano rossori, secrete compiacenze
alle sbiadite e sagge signorine,
ai maliziosi e smunti scolaretti,
se vengono a sbirciar, di sotto via
le foglie di fico iperboliche,
i nascosti perché distintivi
tra il muschio e le vallette ripiegate dell’inguinaja.

Colpa vostra concorrere in disputa
colle plurime e antiche divinità d’ogni clima e tempo,
che si dan compiacenti per modello
al nobile scalpello della statuaria.
L’Anadiomene s’anca in curva callipigia;
l’Ebe arrotonda i fianchi e si comprime il ventre
asciutto e intatto alle golosità de’ vecchi areopagiti;
le mamme sporgono quelle Baccanti;
agitan tòrsi e caducei braccia tornite e modellate;
Antinoo gareggia con Narciso,
l’uno tormento d’imperator filosofo,
l’altro invaghito di luna e di se stesso;
Adone, sdrajato bocconi, commenta,
alla terra sonora, il secreto amoroso
che lo volle amante della strana Astarte:
Fauni incoran di rose le Ninfe
prese e compresse dalla foja eterna.

Classiche positure, eccitamenti;
gambe e braccia in arzigogoli;
serpentare di chiome alla furia di bufere assenti;
disturbare la calma compostezza delle membra in
[riposo
nella smania bizzarra che le allaccia;
bocca a succiar la bocca;
ginnastica barocca; acrobatismo aretinesco
sbocciato al fresco dell’Istituto;
mirabili e marmoree bestialità.
La Leda prona al Cigno;
Pasifae al Toro a cui soggiace;
Salomè danza col teschio mozzo in mano;
Ninon e Imperia sorridono tra i riccioli;
lezii, graziette e morti sadiche;
occhi rivulsi di tutte le Martiri;
Lesbo schiumante in frenesia;
Batillo che accetta carezze dal Vecchio;
casta Susanna tra i tre Vecchiardi ebrei;
Caterina da Siena che vien meno alle nozze ascetiche;
e Teresa ubriaca d’onanismo e di succubi
a delirare colle labra contratte;
nuova e stantia mitologia,
pagana e cristiana,
altre e diverse estetiche, permesse oscenità;
Olimpo, Olimpo,
tra i furbi, l’impostori e i deliranti,
di tutti i paesi e di tutte le età.
Perché, vedete, ragazze di tutti,
ecco, le faccie grasse dei banchieri,
ed i musi infrolliti de’ lerci usurai,
il grugno intrufolato delli eroi da comedia,
le smorfie d’etichetta de’ notai,
e il sogghigno che rialza i baffetti
ai biscazzieri e ai sportmen di buona compagnia:
faccie d’ogni retorica;
santi bricconi e autentici;
ministri compiacenti e ruffiani emeriti,
magistrati politici clementi e intogati;
Papi e Re bagascioni e Imperatori,
nobili, cavalieri, industriali e signori;
busti, pose, parrucche, favoriti,
occhi di volpe, di faina e di topi,
ed occhi porcellini lagrimosi;
nasi adunchi, voraci, camusi,
nasini retroussés di maliziosa civetteria;
gardenie al finto occhiello, scollacciature raffazzonate:
ballerine, signore e regine,
benefattrici e manicure
spose, cavallerizze, bardasse e belle impure,
per chi ha pagato, o pagherà,
a richiesta del vuoto malinconico
delle vedove piazze delle Cento Città;
per chi farà costrurre avelli ai cimiteri,
pei sacri e lagrimati ministeri delle menzogne postume;
per la divinità del dì che corre;
non per Voi, ragazze, ultime veritiere,
sfacciate a disonore
della ipocrita e nostra perplessità.

Perché, vedete, io so meglio di Voi
la vostra grazia fiera e inconturbata,
ed il valore che vi insempra eterne.
So la potenza a Voi franca e concessa
dal magistero delle vostre reni,
Sacerdotesse al lubrico passo e fatale
della vita in crisi di pubertà.
A Voi, dal tempio, la Buona Dea
sterile e fiera manda il saluto;
colle Vestali ai riti di Rea partecipaste,
sacrificaste nei lupercali orgiastici.
Ogni religione vi richiese;
volle, tra i fumi de’ tripodi, godere
lo sfarzo roseo delle vostre carni,
sacrificate ancora dal dito rituale nello stupro,
collettrici di Astarte bruna e punica.
Sui crotali a danzar, quando la luna s’incorna
al fiume sacro, a Benares, ritornano
le Bajadere d’ambra costellate di perle e di zaffiri;
torcon le terga e la capigliatura serpenta sul dorso
[falcato;
Voi, per l’estreme revulsioni d’amare,
rullando il ventre nel giro de’ fianchi,
moresche giuocoliere di Tangeri.

E viene sul ritmo dell’anno segnato,
se primavera gonfia precoce,
se sbocciano le primule più fresche alli steli,
se i seni s’inturgidan erettili ai giuochi,
che la lussuria ingenua impara al pubuscente;
e vien la febre rossa e dolorosa.
Spasima il cuore, farnetica la mente;
riverso concede se stesso alla brama
il calice intatto che vuol rifiorire…
completo e perfetto, già frutto nel fiore…
Oh, notti tremende ed insonni: vane delizie nei sogni…
Tutta l’anima umana a boccheggiar sul sesso;
tutto il corpo a pretender l’abbraccio!…
Voi, dunque, a compatir misericordiose,
a prestarvi, a lenire lo spasimo,
creature indifferenti, o ministre di vizio e di bontà.

Da La canzone della cortigianella

Eccomi esperta cantarina apocrifa
col pretesto di ricche acconciature,
sopra li avvisi a finger le avventure della ribalta:
ed eccomi a recare cure e pazienza per tutti i gusti
sì che i più frusti vengono a me.
Sono un albergo ad insegna cortese;
se muto stile, cognome e pretese
rinnovo i desideri.
Dovunque mi presento come vuole il costume;
tutto quanto posseggo in carne viva
vi offro e vi dò sotto la veste a scialo
e sotto la camicia trasparente,
come un miraggio all’imaginazione
per la lussuria grassa della gente.

Eccovi il volto che il rossetto avviva,
oh! quante volte come triste e smorto:
sbatte il ventaglio ed agita le lunghe piume bianche,
al capo reclinato; cercan riposo e schermo
alla luce, alli sguardi, all’insistenze le mie pupille
colle palpebre basse, cerco dimenticarmi.
E udite risa che scrosciano a trilli,
gorgoglian soffocate sotto una furia di baci improvvisi,
scendono, mancano dentro la gola,
fremitano nel collo col singhiozzo…
oh! quanta angoscia di risa convulse,
quanto soffrire per la voluttà.

Borghesi, io vi balocco: re di corona, a me:
sovverto l’ordine, la disciplina,
ed il burocrata a me vicino torna bambino.
La mia carne è ingemmata,
le membra ammorbidite e stilizzate
a richiesta dell’epoca:
i petali di rosa son meno teneri e profumati
delle mie coscie;
il mio piedino detta la legge;
l’indice teso segna una vittima;
il monosillabo condanna a morte, se nega e rifiuta.
Cammino e regno:
le scarpine lingueggian dalla gonna,
orme suggellano ne’ cuori molli, e nella polvere;
i fianchi ondeggiano al passo ritmico e birichino;
s’inarcano le terga in curva callipigia;
scutrettola la trina dello strascico,
coda occellata d’Imperatrice e di Sirenetta.
Domino; attraggo; respingo e mi prometto:
spargete fiori sul mio passaggio,
nobili e grandi d’ogni lignaggio;
rido, ed ancheggio e sbadiglio:
son la bellissima fatalità.

Sono l’Eterno biondo Feminino;
colle mani propino affusolate,
che il manicure mi ha raccomandate,
filtri che odorano di sortilegio,
carezze irresistibili,
esca, ragna ed agguato prelibato.

La parata dell’introduzione

Io per tutti contesto una Baracca
di telaccia imbiaccata e d’assicelle male unite
io per tutti ricerco una bislacca
storia di quanto fu, le già morte persone mascherate

” traggo a battaglia e a amori tra le quinte.

Sulla Piazza s’aderge quest’effimero Palazzo del pensiero;
se il vento soffia, dondola alle spinte,
e si dimena cigola e si sfascia. Ma d’intorno il
che racchiude la Piazza dei Festini Villaggio
s’anima alla mia voce e vengon fuora sull’usci le
1°

ed i Dami e le Madri ed i Bambini, - Ragazze
. e qualche volta applaudon cordialmente come si
E l’ideal Villaggio chiuso intorno innovi il senso.
dal Bosco della Bella dormiente: pure il Castello
5° Sorgon canti d’uccelli col giorno manca.

ma non sorgono Viole di tra l’alberi avidi al
Se alcuna volta passa il Viandante nutrimento.
pei sentieri nascosti di fra i dumi, dalle ruvide
capricciose e a rabeschi delle piante scorze
vede un volto protendersi di Ninfa. Pure la Ninfa è secreta.

Per questo, i miei Fantocci, a Simiglianza
ch’appajon muti alla gente per bene, quando
scendono a cicalare per la stanza ognuno va via
tra i posticci paesaggi della scena che illumina una
” di cartone e rinnovan le querele. luna
buffi giochi d’amor’, di parentele soavi,

senza perché: poi al vespero richiamo battendo il tamburello
sulla piazzetta il popol rusticano,

e quanto disser la vigilia i legni foggiati in forme
3% d’uomini
detto fuori accozzando ad uno strano

amor di Verità astruse, imagini che scalan l’Infinito.

La statua

Bocca ermetica, parla! M’impaura
il silenzio. Occhi verdi e tenebrosi,
specchi lucenti e mobili all’oscura
anima tua; volete mai ch’io osi
” a scuotervi col bacio? Fronte pura,

troppo pura e marmorea, l’orgogliosi
bianchi destini non segnàr la dura
tua costanza? Ah! ... Un fremito? ... T’imposi

sulla rossa cesarie ambo le mani.
1° Non mi hai guardato. Stan, come dei ceri,

due rossi gilii a splenderti davanti.
Questi hai guardato: e sarà il domani
morto così come fu morto ieri?
Catalettica al riso, ignota ai pianti.

Li alchimisti

Già le bracie splendettero ai fornelli
della Grand’Arte e pei silenzii astrali
sui piropi e i diaspri delli anelli
risuonàr le parole augurali.
° Crescemmo nella notte li alberelli

dei dittami benigni e sulli strali
d’oro, perfuso il farmaco, li Uccelli
sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.

Li arcani del futuro le Comete
10° dicono ed ammonisce Ecate vaga:

di sette stole induti, le secrete
virtù del cielo l’astrolabio indaga:
ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete
dell’Or che l’alambicco non appaga.

E sempre e ancora pei cammini oscuri
del Mistero va e perdesi l’Idea:
e sempre e ancora claman li scongiuri
verso di.te, Regina, e Madre, e Dea.

Per chi?

Per chi volli raccogliere
questo mazzo di fiori selvaggi;
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?

Tutti i fiori vi sono di sangue e di lagrime,
° raccolti lungo le siepi delle lunghe strade;

dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sgretolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni,
decorso, dal sobborgo, alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,

tra le muffe ed i funghi, s’ammalan da morirne,
e li altri che sboccian sfacciati e sgargianti,

penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
’5 tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lagrime ai detriti.

Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioja,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione ?

Ed è per voi, acefale ed oscure falangi,
uscite da un limbo di nebbie e di fumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
a

dai portici tozzi e sospetti di nere officine ?
ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra la fede e i desiderii,
tra la tentazione della ricca città
” e il pudor permaloso della verginità ?
Per chi, per chi, questa lirica nuova;
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dall’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
“’ in codesto rifiuto imperiale d’astrusa-prosodia?...

Varazze, il 27 di Marzo 1908.

40. imperiale: voce dannunziana, vale «imperioso».

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