“Milanesi, fratelli popo! mio!
“Milanesi, fratelli popo! mio!
Vi sovvien,” dice Alberto di Giussano,
““calen di marzo? I consoli sparuti
cavalcarono a Lodi, e con le spade
nude in man gli giuràr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
ed ai piedi, baciando, gli ponemmo
i nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
di Milano affamata. E non fu nulla.”
“or ecco,” dice Alberto di Giussano
“or ecco,” dice Alberto di Giussano,
“ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
o Milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
o bel sole di Dio, fo sacramento:
diman da sera i nostri morti avranno
una dolce novella in purgatorio:
e la rechi pur io!” Ma il popol dice:
“Fia meglio i messi imperiali.” Il sole
ridea calando dietro il Resegone.
“Signori milanesi,” il consol dice
“Signori milanesi,” il consol dice,
“ l’imperator, fatto lo stuolo in Como,
move l’oste a raggiungere il marchese
di Monferrato ed i pavesi. Quale
volete, o milanesi? od aspettare
da l’argin novo riguardando in arme,
o mandar messi a Cesate, o affrontare
a lancia e spada il Barbarossa in campo? ”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“a lancia e spada, il Barbarossa in campo.”
A dante
Dante, onde avvien che i voti e la favella
levo adorando al tuo fier simulacro,
e me su ’] verso che ti fe’ già macro
lascia il sol, trova ancor l’alba novella?
Per me Lucia non prega e non la bella
Matelda appressa il salutar lavacro,
e Beatrice con l’amante sacro
in vano sale a Dio di stella in stella.
Odio il tuo santo impero; e la corona
divelto con la spada avrei di testa
IO
al tuo buon Federico in val d’Olona.
Son chiesa e impero una ruina mesta
cui sorvola il tuo canto e al ciel risona:
muor Giove, e l’inno del poeta resta.
Alle fonti del clitumno
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,
scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre
ver’ lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sotride:
pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,
de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ’Î capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Oscure intanto fumano le nubi
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
PUmbria guarda.
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’ itali iddii.
Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Apennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!
Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ’l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:
qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.
O testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:
di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cimino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.
Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
bi
e quando tonò il punico furore
da ’l Trasimeno,
per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
“O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,
e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne le marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;
e corri, corri, corri! con la scure
i e co’ dardi
la
CL.
l’asta!
dardi, con la clava e l’asta!
corri e co’
corri! minaccia gl’ itali penati
Annibal dirò.”
Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto
i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro saliente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.
Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.
E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
A piè de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,
e danze sotto l’imminente [una
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.
Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Apennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.
Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de’ vaghi tuoi deltibri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.
Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana! i foschi dì passaro,
risorgi e regna.
E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,
madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l’antica lode
io rinnovello.
Canzone di Legnano
“Vi sovvien?„ dice Alberto di Giussano:
“Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperïal, ci riguardava.
Muto, col suo dïamantino sguardo.„
IX.
“Vi sovvien,„ dice Alberto di Giussano,
“Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse.„
Così dicendo Alberto di Giussano
Così dicendo Alberto di Giussano
con tutt’e due le man coprìasi gli occhi,
e singhiozzava: in mezzo al parlamento
singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
pallide, scarmigliate, con le braccia
tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
urlavano: “ Uccidete il Barbarossa.”
Davanti san Guido
I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.
Mi riconobbero, e — Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —
— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei —
Guardando io rispondeva — oh di che cuore!
Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.
E massime a le piante. — Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.
Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.
A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!
E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,
Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ’l lor bianco velo;
E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —
Ed io — Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittí — rispondea — ; lasciatem’ ire.
È la Tittí come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.
E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio cipressi! addio, dolce mio piano! —
— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.
Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia;
La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,
Canora discendea, co ’l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Pieno di forza e di soavità.
O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. —
Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.
Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.
Il bove
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.
Il canto dell’amore
Oh bella a’ suoi be’ dì Rocca Paolina
co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
tra il latin del messale e quel del Bembo.
“Quel gregge perugino in tra i burroni
troppo volentier,” disse, — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni,
io suo vicario avrò l’artiglieria.
Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
parla tra i nembi sovra l’aquilon.
To dirò co i cannoni: ‘O gregge mio,
torna a i paschi d’Engaddi e di Saron’
Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
degno di Roma, degno del tuo gusto,
e del pontificato nostro d’oro.”
Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
arrotondò qual di fiorente sposa:
gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
cinse di torri un serto a l’orgogliosa.
La cantò il Molza in distici latini;
e il paracleto ne la sua virtù
con più che sette doni a i perugini
in bombe e da’ mortai pioveva giù.
Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
e i sassi addenta che non può scagliare,
e specialmente le sue ferree zane
gode ne le fortezze esercitare;
e le sgretola; e poi lieto si stende
latrando su le pietre ruinate,
fin che si leva e a correr via riprende
verso altri sassi ed altre bastonate.
Così fece in Perugia. Ove l’altera
mole ingombrava di vasta ombra il suol
or ride amore e ride primavera,
ciancian le donne ed i fanciulli al sol.
E il sol nel radiante azzurro immenso
fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
folgora, e con desio d’amor più intenso
ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.
Nel roseo lume placidi sorgenti
i monti si rincorrono tra loro,
sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
entro vapori di viola e d’oro.
Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
nel talamo, tra” due mari, seren,
che sotto i baci de l’eterno amante
ti freme effusa in lunghe anella al sen?
To non so che si sia, ma di zaffiro
sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
so
sento per ogni vena irmi il sospiro
che fra la terra e il ciel sale e discende.
Ogni aspetto novel con una scossa
d’antico affetto mi saluta il core,
e la mia lingua per se stessa mossa
dice a la terra e al cielo: “ Amore, Amore.”
Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
mi riassorbe l’universo insè? . . .
Ah, fu una nota del poema eterno
quel ch’io sentiva e picciol verso or è.
Da i vichi umbri che foschi tra le gole
de l’Apennino s’amano appiattare;
da le tirrene acròpoli che sole
stan su i fioriti clivi a contemplare;
da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
la sventura di Roma ancor minaccia;
da le ròcche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia;
da i palagi del popol che sfidando
surgon neri e turriti incontro a lor;
da le chiese che al ciel lunghe levando
marmoree braccia pregano il Signor;
da i borghi che s’affrettan di salire
allegri verso la cittade oscura,
come villani ch’anno da partire
un buon raccolto dopo mietitura;
da i conventi tra i borghi e le cittadi
cupi sedenti al suon de le campane,
come cucùli tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane;
da le vie, da le piazze gloriose
ove, come del maggio ilare a i dì
boschi di querce e cespiti di rose,
la libera de’ padri arte fiorì;
per le tenere verdi mèssi al piano,
pe’ vigneti, su l’erte arrampicati,
pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
pe’ boschi sopra i vertici nevati,
pe’ casolari al sol lieti fumanti
tra stridor di mulini e di gualchiere,
sale un cantico solo in mille canti,
un inno in voce di mille preghiere:
“ Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir.”
Che è che splende su da’ monti, e in faccia
al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
passeggian dunque le madonne ancora?
Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ’l bambino
aprir con deità così gentile?
Ell’è un’altra madonna, ell’è um’idea
fulgente di giustizia e di pietà:
io benedico chi per lei cadea,
io benedico chi per lei vivrà.