Ripresa
Avanti, avanti, o indomito destrier de gl’inni alato!
Obliar vo’ nel rapido corso l’inerte fato,
I gravi e oscuri dí.
Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
I falchi salutarono augurando ne l’alto
E il bufolo muggí?
Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ’l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo a’ boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’ elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?
Or (dolce a la memoria) una quercia su ’l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.
Là tu crescesti, o sacro destrier de gl’ inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Fûro il mio solo altar;
E con me nel silenzio meridïan fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veníano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che ne’ solchi de i secoli aperti con la spada
Dal console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italïan,
Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti de’ mietitor.
Chi di quell’orzo pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
Obliar vo’ nel rapido corso l’inerte fato,
I gravi e oscuri dí.
Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
I falchi salutarono augurando ne l’alto
E il bufolo muggí?
Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ’l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo a’ boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’ elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?
Or (dolce a la memoria) una quercia su ’l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.
Là tu crescesti, o sacro destrier de gl’ inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Fûro il mio solo altar;
E con me nel silenzio meridïan fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veníano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che ne’ solchi de i secoli aperti con la spada
Dal console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italïan,
Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti de’ mietitor.
Chi di quell’orzo pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero