Amor ed io, sì pien di meraviglia
Amor ed io, sì pien di meraviglia,
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride,
che sol se stessa, e null’altra simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sì le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è cl’infiammi e guide
chi d’amar altamente si consiglia.
Qual miracol è quel, quando tra l’erba
quasi un fior sede! o ver quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir sola coi pensier suoi insieme,
tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!
Canta, or piango, e non men di dolcezza
Canta, or piango, e non men di dolcezza
del pianger prendo che del canto presi;
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
Indi e mansiietudine e durezza
ed atti fieri ed umili e cortesi
porto egualmente; nè me gravan pesi,
nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque vér me l’usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
ch’? non penso esser mai se non felice.
Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sì dolce è del mio amaro la radice!
Canzoni
Di pensier în pensier, di monte in monte
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
Ch1 vuol veder quantunque può natura
vuol veder quantunque può natura
e il ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur agli occhi miei
ma al mondo cieco che virtù non cura;
e venga tosto, perchè morte fura
prima i migliori e lascia stat i rei:
questa, aspettata al regno degli dei,
cosa bella mortal, passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
ogni bellezza, ogni real costume
giunti in un corpo con mirabil tempre;
allor dirà che mie rime son mute,
l’ingegno offeso dal soverchio lume:
ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.
Chiare, fresche e dolci acque
Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.
Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”
Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
che madonna mi mandi a se chiamando,
così dentro e di fuor mi vo’ cangiando
e sono in non molt’anni sì dimesso,
ch’a pena riconosco omai me stesso!
Tutto il viver usato ho messo in bando:
sarei contento di sapere il quando,
ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
Oh felice quel dî che, dal terreno
catcere uscendo, lasci rotta e sparta
IO
questa mia grave e frale e mortal gonna;
e da sì folte tenebre mi patta,
volando tanto su nel bel sereno
ch’io vegga il mio Signore e la mia donna!
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;
e il viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso mi parea:
io che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subit’arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chio vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.
po
In qual parte del ciel, in quale idea
In qual parte del ciel, in quale idea
era l’esempio, onde natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giù quanto lassù potea?
Qual ninfa in fonti, in selva mai qual Dea
chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quando un cor tante in sè virtuti accolse?
Benchè la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi di costei giammai non vide,
come soavemente ella gli gira.
Non sa come Amor sana e come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
e come dolce parla e dolce ride.
La vita fugge e non s’arresta un’ora
La vita fugge e non s’arresta un’ora,
E la morte vien dietro a gran giornate,
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra, e le future ancora;
E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
Se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
I’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:
Veggio fortuna in porto, e stanco omai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
LeEvomwmr il mio pensier in parte ov’era
il mio pensier in parte ov’era
quella clio cerco e non ritrovo in terra:
ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,
la rividi più bella e meno altera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e, quel che tanto amasti
e [à giuso è rimaso, il mio bel velo.”
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sì pietosi e casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.