Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
m’abbi lasciato, io pur mi riconforto;
perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
le stelle vaghe e lor viaggio torto,
e vedi il veder nostro quanto è corto;
onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
Ma ben ti prego che ’n la terza spera
Guitton saluti e messer Cino e Dante,
Franceschin nostro e tutta quella schiera.
A la mia Donna ben puoi dire in quante
lagrime io viva e son fatt’ una féra
membrando il suo bel viso e l’opre sante.
Sonetto
Dante Alighieri son, Minerva oscura
d’intelligenza e d’arte, nel cui ingegno
l’eleganza materna aggiunse al segno,
che si tien gran miracol di natura.
L’alta mia fantasia pronta e sicura
passò il tartareo e poi ’Î celeste regno
e il nobil mio volume feci degno
di temporale e spirital lettura.
Fiorenza gloriosa ebbi per madre,
anzi matrigna a me pietoso figlio,
colpa di lingue scellerate e ladre.
Ravenna fummi albergo del mio esiglio;
tanto la vostra vista adorna luce!
Nè oro nè argento in voi riluce,
e, mal vestite, parete angiolelle.
“ Noi stiamo in alpe presso ad un boschetto;
povera capannetta è ’Î nostro sito:
col padre e con la madre in picciol letto,
torniam la sera dal prato fiorito,
dove natura ci ha sempre nodrito,
guardando il dì le nostre pecorelle.”
“* Assai si dee doler vostra bellezza,
quando tra monti e valle la mostrate;
chè non è terra di sì grande altezza,
dove non foste degne ed onorate.
Deh, ditemi se voi vi contentate
di star nei boschi così poverelle.”
“ Più si contenta ciascuna di noi
andar dietro alle mandre alla pastura,
che non farebbe qual fosse di voi
d’andare a festa dentro vostre mura.
Ricchezze non cerchiam, nè più ventura,
che balli, canti e fiori e ghirlandelle.”
Ballata, s’io fossi come già fui,
diventerei pastore e montanino;
e prima che io il dicessi altrui,
sarei al loco di costor vicino;
ed or direi, “ Biondella,” ed or “ Mattino,”
seguendo sempre dove andasser elle.
SoNn animali al mondo di sì altera
animali al mondo di sì altera
vista, che ’ncontr’al sol pur si difende;
altri, però che ’l gran lume gli offende,
non escon fuor se non verso la sera;
ed altri, col desio folle, che spera
gioir forse nel foco perchè splende,
provan l’altra virtù, quella che ‘ncende.
Lasso, el mio loco è ’n questa ultima schiera.
Ch’?° non son forte ad aspettar la luce
di questa Donna, e non so fare schermi
di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
mio destino a vederla mi conduce:
e so ben ch’? vo dietro a quel che m’arde.
Sono e pensoso i più deserti campi
Sono e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggire, intenti,
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perchè ne gli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge conio dentro avvampi:
sì clio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
IO
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
Xhi
Quel rosignuol che sì soave piagne
forse suoi figli o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne,
con tante note sì pietose e scorte;
e tutta notte par che m’accompagne,
e mi rammente la mia dura sorte:
Or conosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo e lagrimando impari
come nulla qua giù diletta e dura.
Zefiro torna, e ’Î bel tempo rimena
Zefiro torna, e ’Î bel tempo rimena,
e i fiori e l’erbe sua dolce famiglia,
e garir Progne e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati e il ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia,
l’aria, e l’acqua e la terra è dl’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso!, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
IO
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti e fiorit piagge
e in belle donne oneste atti soavi
sono un deserto e fere aspre e selvagge.