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Poemi italici
Giovanni Pascoli
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Poemi italici

Di buona ora tornato all’abituro

Di buona ora tornato all’abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quegli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;
nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: “E’ un fraticino di San Marco.”

Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,

posato sopra un ramuscel di melo.

(Cap. IV)
Come mirando le creature
del suo pennello non disse l’angelus
e fu tentato.
Poi che senza nè vischio ebbe nè rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mirò la bella sua parete.

E non udì che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non udì sonare
l’avemaria dal campanil di Giotto.

Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenità crepuscolare.
E non disse, com’era uso, il saluto
dell’angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e li leuto.

Chiara la sera, l’aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.

Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggiù donne e garzoni.

C’era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scordò Santo Francesco,

e fu tentato, e mormorò nel cuore.

(Cap. V)
Della mormorazione che fece Paulo,
il quale
avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.
Pensava: “Io sono delle pecorelle,
Madonna Povertà, di tua pastura.
E qui non ha nè fanti nè fancelle.

E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.
E vo come la chiocciola ch’ha solo
quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d’orto
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.
Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l’ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

dipinto a secco. E s’io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,

e mi consoli nella mia vecchiaia.”

(Cap. VI)
Come Santo Francesco discese per la bella
prospettiva che Paulo aveva dipinta,
e lo rimbrottò.
Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l’intese il fïl di Pietro Bernardone.

Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull’erba senza ripiegar gli steli.

Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: “O frate Paulo cattivello!
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povertà che sta con Dio sul monte!

Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!

O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Chè chi non ha, non pecca.
Non disiare argento, oro, due vesti.

Buona è codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca

due grani in terra, e vola in cielo, e canta.”

(Cap. VII)
Come il Santo
intese che il desìo di Paulo era
di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.
Così dicendo egli aggrandia pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.

Non vi sentì se non un tremolìo,
d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:
“O frate Paulo, poverel di Dio!

E lontanando si gettava avanti

E lontanando si gettava avanti,
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.

Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.

Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.
Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.

Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.

Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.

E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,

rimase un trito becchettìo sonoro.

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.

O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.

Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!

A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,

il chiostro con la gran cupola d’aria! ”

(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.

Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.

Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.

Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.

Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:

“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”

(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.

Paolo uccello

In prima come Paulo dipintore fiorentino
sinvogliò d’un monachino o ciuf-
folotto e non potè comprarlo
e allora lo dipinse.
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