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La beltà
Andrea Zanzotto
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La beltà

Al mondo

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, münchhausen

Come vorrei preludere a una vera-mente

Come vorrei preludere a una vera-mente
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.

L’elegia in petèl

Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno,
raccogliersi per bene accogliere in oro radure,
computare il cumulo il sedimento delle catture
anche se da tanto prèdico e predico il mio digiuno.
E qui sto dalla parte del connesso anche se non godo
di alcun sodo o sistema:
il non svischiato, i quasi, dietro:
vengo buttato a ridosso di un formicolio
di dèi, di un brulichio di sacertà.
Là origini – Mai c’è stata origine.
Ma perché allora in finezza e albore tu situi
la non scrivibile e inevitata elegia in petèl?
«Mama e nona te dà ate e cuco e pepi e memela.
Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. È fet foa e upi.»
Nessuno si è qui soffermato – Anzi moltissimi.
Ma ogni presenza è così sua di sé
e questo spazio così oltrato oltrato... (che)
appare anche lo spezzamento saltano le ossa arrotate:
ma non c’è il latte petèl, qui, non il patibolo,
mi ripeto, qui no; mai stata origine mai disiezione.
Non spezzo nulla se non spezzato ma sùbito riattato,
spezzo pochissimo e do imputazione – incollocabili –
a mimesi ironia pietà;
qui terrore: ma ridotto alla sua più modica modalità.
Per quel tic-sì riattato, così verbo-Verbo,
faccio ponte e pontefice minimo su
me e altre minime faglie.
L’assenza degli dèi, sta scritto, ricamato, ci aiuterà
– non ci aiuterà –
tanto l’assenza non è assenza gli dèi non dèi
l’aiuto non è aiuto. E il silenzio sconoscente
pronto a tutto,
questo oltrato questo oltraggio, sempre, ugualmente
(poco riferibile) (restio ai riferimenti)
(anzi il restio, nella sua prontezza):
e il silenzio-spazio, provocatorio, eccolo in diffrazione,
si incupidisce frulla di storie storielle, vignette
di cui si stipa quel malnato splendore, mai nato,
trovate pitturanti, paroline-acce a fette e bocconi, pupi,
barzellette freddissime fischi negli orecchi
(vitamina A dosi alte per trattarli
ma non se sono somatismi di base psichica),
e lei silenzio-spazio
e lei allarga le gambe e mostra tutto;
vedo il tesissimo e libertino splendore
e il fascino e il risolino e il fatto brutto
e correre la polizia e – nel vacuum nell’inane
ma raggiante – il desiderio di denaro fresco si fa più ardente
di dominio fresco di ideologia fresca;
anzi vedo a braccetto Hölderlin e Tallémant des Réaux
sovrimpressionesovrimpressiono
ma pure
ma alla svelta
ma tutto fa brodo
(cerchiamo, bambini, di essere buoni
nel buon calore, le tue brune tettine,
il pretestuarsi per ogni movimento
in ogni momento,
calore non mai tardo nel capire
come credono «certe persone»
anzi astuto come uno di voi
quando imbroglia grilli erbe genitori,
sappiate scrivere ma non leggere, non importa,
iscrivetevi a, per, pretestuarvi all’istante)
ma: non è vero che tutto fa brodo,
ma: e rinascono i ma: ma
Scardanelli faccia la pagina per Tallémant des Réaux,
Scardanelli sia compilato con passi dell’Histoire d’O
Ta bon ciatu? Ada ciòl e una e tée e mana papa.
Te bata cheto, te bata: e po mama e nana.

«Una volta ho interrogato la Musa»

L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue

1 - L’un l’altro guarda e del suo corpo essangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Ansimare nel nero dell’alba.
Salire su ansimare sulla soglia sul gradino
(a/irrigidimenti di posizioni – confronti di volontà
c/mobilitazioni dimostrative
e/atti di violenza vessatori
n/spettacolare dimostrazione di forze)
2 - E il torturatore e il tentatore
(apre una porticina, dissimula)
3 - Il paesaggio ha tutto confessato, essudato,
il paesaggio è in confessione, in sudore.
Il crimine. Il crimine.
Là mi ero liberato da ogni sognoè un sogno,
Là facevo marcire l’attenzione: attenti.
Sottolineato col rosso encausto imperiale:
ammissioni sogni segni.
Oh. O.
Vi si trascinano frammenti di prospezioni di pugne
di furberie d’imbrogli. Neanche
Mettere al paragone e poi sciupare cavar via questo strato
col suo inquisirsi coi suoi scarsi imparamenti.
4 - E il tentatore riapre la porta
e il torturatore rilegge ciò che che
che aveva fatto rossamente essudare fuori.
Idee tropi nomi e niente.
Un paesaggio-traino di fiori, di grida. Colpisci
trafiggi dunque.
Diecimila frammenti d’acciaio irraggiati intorno.
5 - E tu cereus in vitium flecti cereo nel cedere,
per te anche la fedeltà è solo un modo dell’acedia;
e tu in semiluce con Armida ed Alcina,
bouches ventres reins fouillés tra i fogliami.
Miraggi incalzati, troppo avanti, oltrati.
6 - E un «Mirage» un «Phantom» un «Vie» un «Vite». Ultrasonici
Segnalazioni nel fondo dell’occhio.
Ricognizioni del fundus oculi del fundus coelorum.
Soffioni soffiati pappi tutti questi lanci di paracadute,
falchi e colombe
farfalle e vespe sull’attraente sullo spolpabile.
7 - In ultima analisiin prima sintesi
tutto sottratto o sommatoprima di ogni somma
addendi che là su addentellandi
parole piene con colla di parole vuote
presto troppo presto per far cenno ai linguaggi o ad altro
prosa forma paesaggio. Napalm dietro il paesaggio.
8 - Arrestarsi sulla soglia del santuario centrale.
9 - Un tentativo un traffico di divise all’orlo a fianco,
dogane imbrogliate, si dice.
Confusamente m’avvicino (al tastare).
10 - O mio paesaggio perché mi hai... paesaggio-aggio (spezie
[rare)?
Ho paesaggito molto.
Chi mi parla di libri carte e arte mi atterrisce
(di donne, di storia-e, di paesaggi).
Chi mi parla mi uccide.
Mi è mancato così poco per vivere
Così poco per sfuggire alla vita.
11 - Il torturatore il dongiovanni il cereo-ceroso
lo spaventapasseri in fumo di film.
12 - z/Spasm or insensate war
13 - Non dimenticare il campo, l’intrinsechezza
che corre tra disparato e disparato,
la fine filialità paternità di questi ricami-richiami.
14 - «La mia paga, la mia paga!»

La perfezione della neve

Quante perfezioni, quante
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi.
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento
[radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare,
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori.
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.

«È tutto, potete andare.»

Oltranza oltraggio

Salti saltabecchi friggendo puro-pura
nel vuoto spinto outré?
ti fai più in là
intangibile—tutto sommato—
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti identifico tra i non i sic i sigh
fi disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsutile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
sei saltata più in là
no
ricca saltabeccante
là

Profezie o memorie o giornali murali (viii)

VIII

Eva, forma futuri.
Ma ora il bello e il bello
si fa sempre più inquietabile,
titillare e divezzamento, su ad altri centri,
il bello punta al sublime,
l’uccello giardiniere sbeccuzza e sceglie
bello da bello e butta su,
ahi mai ci arriverò,
e: scontemplare smuovere da un fascino
per riaffastellare in un altro fascino
e: origine del cono sublimizzante
si abbarbicano si avvinghiano soffocano
picchiano i nomi
saltano uno sull’altro nomi e cromi?
—a proposito del fascino—
— tentativi d’iperbole—
ora non più una mille vigne di mille Renzi bolle
[blu-miinchhausen
su verso il sublime,
alchechengi fucsie eliotropi qui ad esempio per primi
e agostismi e settembrismi e altro
e poi grandi depositi di termini botanici
che mai realizzeremo—in quei luoghi male s’aggancia
il fatto semantico al fatto fonematico ma tutto
s’insegue sfreccia spara a vista
insegna e disinsegna graffe laccioli asole
urti suspense prevedibilità—,
è forte l’ikebana si ikebanizza il mondo finalmente,
ikebana o meglio macchinetta di idee-mostri-astri
su dentro, avanti, su a,
via l’arsura e la pioggia la stabilità e l’instabile
a caccia fiori foglie steli e floreste
a caccia nel niente per niente
cacciatori e prede carnefici e selvaggine
polpe colme pistilli stami e spine
a caccia più dentro fino a dare nello spessore
a dar di becco nel sublime-blime molti-
plicato per il molteplice-plice
ricaduto in gran braci Algol Vega Sol nella lente d’insiemi?
Ah l’esplosione del significare del comporre
per i bambini di Mezzaselva,
ah pedagogie!
e poi tanto shopping tra tutte queste belle

«I colori ti salvano»
(dal commento di un esperto a un Rorschach)
(ma che figura facevi nelle scenette di Rosenzweig? ...)
Adam forma futuri.

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