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Dal balcone
Sergio Solmi
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Dal balcone

Entro la densa lente dell’estate

Entro la densa lente dell’estate,
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, – oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
– oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta – un milanese.

Levania

...Forse
a Levania approdai nella sepolta
esistenza anteriore, ed era il cono
dell’eclissi che l’algida schiudeva
nera via degli spiriti. Gli unguenti
di Fiolxhilda, la spugna infusa d’acqua
sotto le nari, l’affannoso, morbido
rotolare nel sogno, il cauto scendere
nelle segrete caverne l’orrendo
vindice raggio a sfuggire, ritrovo
oscuramente.
E fu per questo, forse,
che mai la fida lucerna, o l’esangue
sposa d’Endimione in essa vidi,
né la solinga cacciatrice, quando
la miravo fanciullo tra le case
sgorgare in bianca vampa, alta fra i segni
ascendere del cielo. Ma la rupe
nell’inaccesso etere scagliata,
l’isola estrema, sentinella insonne
protesa ai flutti interminati. E l’ansia
mi sommuoveva il cuore di raggiungerla
– ippogrifo, proiettile, astronave –
d’attingere al silenzio del suo lume.

...Era il confine, il mondo
di lava e roccia, il minerale cieco,
il punto fermo apposto alla insensata
fantasia delle forme. Era lo zero
che ogni calcolo spiega, era il concreto,
bianco, forato, calcinato fondo
dell’essere.
E sovente dai supremi
bastioni di Levania il verdeggiante
pianeta ho contemplato, l’ombra vaga
di oceani e di foreste, della vita
impetuosa e fuggevole le polle
iridescenti – risalendo l’orlo
dei suoi convulsi crateri, vagando
lungo la sponda dei suoi mari morti.

Una volta

Eravamo
sulla collina di Bergamo, dentro
l’erba alta, io te i bimbi. Volgeva
su noi, tra pioggia e schiarita, la vaga
ruota dei raggi annerati: per l’aria
tremula si sfaceva
il paesaggio in delizia.

Eravamo alla punta della vita
(quella che più non torna, più non torna),
attraversati di luce, sospesi
in un mondo esitante, ombre gentili
assunte in un deliquescente eliso.
❦ Dal balcone · Sergio Solmi
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