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Stella variabile
Vittorio Sereni
1981
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Stella variabile

1981

Addio Lugano bella

Dovrò cambiare geografie e topografie.
Non vuole saperne,
mi rinnega in effigie, rifiuta
lo specchio di me (di noi) che le tendo.
Ma io non so che farci se la strada
mi si snoda di sotto
come una donna (come lei?)
con giusta impudicizia.
E dopo tutto
ho pozzi in me abbastanza profondi
per gettarvi anche questo.
Ecco che adesso nevica...
Ma io, mia signora, non mi appello al candore della neve
alla sua pace di selva
conclusiva
o al tepore che sottende di ermellini
legni bracieri e cere dove splendono virtù
altrove dilaniate fino al nonsenso
ma vizze qui, per poco che le guardi,
come bandiere flosce.
Sono per questa – notturna, immaginosa – neve di marzo
plurisensa
di petali e gemme in diluvio tra montagne
incerte laghi transitori (come me,
ululante di estasi alle colline in fiore?
falso-fiorite, un’ora
di sole le sbrinerà),
per il suo turbine il suo tumulto
che scompone la notte e ricompone
laminandola di peltri acciai leggeri argenti.
Ne vanno alteri i gentiluomini nottambuli
scesi con me per strada
da un quadro
visto una volta, perso
di vista, rincorso tra altrui reminiscenze,
forse solo sognato.

Altro compleanno

A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
* quando trasecola il gran catino vuoto

a specchio del tempo sperperato e pare
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
’° sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore

e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.

Autostrada della cisa

I
Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.

Sappi — disse ieri lasciandomi qualcuno —
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlán.
Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
— sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire —
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

La malattia dell’olmo

Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi!
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
—e a futura memoria i sempreverdi?
immobili.

Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.
Guidami tu, stella variabile, fin che puoi ...

—e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso?
fino al pullulare delle luci.
Scocca

da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.

Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
—dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana—scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.

È fatto —mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra— adesso dormi, riposa.

Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco—sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.

Verano e solstizio

Perché, tu che sai tutto di Roma,
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate ?
(così — non lo dissi — per durare
porta la sua radice nell’estate
la primavera, morendovi).

L’estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.

Ne prendo nota - sorrise — te lo dico la prossima volta.
cicala solista dell’ultima ora di luce
l’abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
questo è el verano e il Verano,
s’infervora l’infaticabile,
questa l’estate di Roma di Spagna di dovunque
questa la primavera nell’estate,
rincara l’univoca la vermiglia voce abbuiandosi
2? in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.
❦ Stella variabile · Vittorio Sereni · 1981
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