La malattia dell’olmo

Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi!
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
—e a futura memoria i sempreverdi?
immobili.

Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.
Guidami tu, stella variabile, fin che puoi ...

—e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso?
fino al pullulare delle luci.
Scocca

da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.

Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
—dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana—scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.

È fatto —mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra— adesso dormi, riposa.

Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco—sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.
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