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Le case della vetra
Giovanni Raboni
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Le case della vetra

Città dall’alto

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.

Contestazione

Una, improvvisamente
s’alza dal letto dicendo
«questo non si può fare». E s’agita, tira fuori
roba dai cassetti nello spazio impiccato
tra comò e attaccapanni, a momenti
fa cadere la lampada, il catino – e
fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio
dove affiora la nebbia, ogni
tanto toccandoli col palmo della mano infonde
il fissatore-insetticida sui capelli.

Dalla mia finestra

Eh, le misure della notte, l’ambiguo
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...

Figure nel parco

E dire che ci sono
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.

Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.

Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.

Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.

La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
❦ Le case della vetra · Giovanni Raboni
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