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La capanna indiana
Attilio Bertolucci
1951
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La capanna indiana

1951

L’Oltretorrente

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa nell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

Lettera da casa (inviando dei versi a giorgio bassani)

inviando dei versi a Giorgio Bassani

Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.

tornando a casa

È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.

S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.

Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.

Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.

a uno storno

Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.

Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?

Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,

felice storno, alto sulla casa.
❦ La capanna indiana · Attilio Bertolucci · 1951
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