Attilio Bertolucci

Attilio Bertolucci

Al fratello

Un giorno amaro l’infinita cerchia
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.

Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d’ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all’ antica abitudine serale.
Leggi la poesia completa

Poesie

22

Al fratello

Un giorno amaro l’infinita cerchia
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.

Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d’ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all’ antica abitudine serale.

At home

Il sole lentamente si sposta
sulla nostra vita, sulla paziente
storia dei giorni che un mite
calore accende, d’affetti e di memorie.

A quest’ora meridiana
lo spaniel invecchia sul mattone
tiepido, il tuo cappello di paglia
s’allontana nell’ombra della casa.

Bernardo a cinque anni

Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.

In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce

splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.

Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.

Gli anni

Le mattine dei nostri anni perduti,
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.

Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,

la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

I gabbiani

Non avevo mai visto gabbiani sulle rive del Tevere
cangianti in questa fine d’inverno le penne e le acque.

Mi sono appoggiato al granito come fanno quelli
che vegliano sulla propria vita o morte usando

un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
seguivano le planate rapinose degli uccelli plumbeoargentei

sino a che furono sazi i ventri affusolati i becchi
già risplendendo su altri flutti a un sole diverso

per il procedere inevitabile del tempo le mie
pupille stanche e ancora voraci ormai volte

sull’emporio mobile delle vie popolose di Roma
alla cerca disperata nell’ora dell’ipoglicemia

d’un alimento improvviso soltanto a me noto
in una rivelazione gioiosa e sterile nell’ombra-luce

sanguigna da attici e cornicioni meridiani
fumigando sui colli i rami verdi della potatura

sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.

Idilli domestici

I
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.

Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.

II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.

È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.

Il bambino che va a scuola, a sei anni

Il bambino che va a scuola, a sei anni
muta profondamente la sua vita,
si ferisce di continuo e guarisce
da solo, i ginocchi e i polsi,
prima intatti, fioriscono di croste
che l’aria dei mattini d’inverno
lustra come rubini o come quelle
bacche per cui la siepe è ancora viva
casa e dispensa al passero e ai suoi figli.
Se l’anima gli si lacera, si cura
nascondendosi agli altri e più a chi
sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni.
Il tempo freddo e asciutto ha indurito
la strada e a lui che cammina rivela
nella distanza dei coltivi inerti
case non conosciute prima perché perse
a lungo nell’inganno delle foglie:
il gelo ne scopre e fissa la presenza
umile a cui s’aggira intorno
sempre un uomo freddoloso e assonnato
o una donna svelta nelle sue
faccende che non vedono soste
e animano anche un’ora così incerta.
Ma se il piccolo pellegrino comincia
a sentire più caldo, non è
soltanto l’esercizio del viaggio
sul punto di conchiudersi, è il sole
che alle nove, liberatosi dal basso
orizzonte di bruma e fumo misti
tocca tutte le cose visibili
tingendole d’un rossore che inebria
mentre voci e rumori diversi
s’accrescono e confondono, esterno
e interno uniti in una comunione
vivace sino a che la porta della scuola si chiude.

In tempi di disimpegno

Non è infrequente per queste
strade familiari — anche se esse
ti hanno portato al di là d’un fiume,
o torrente, confine spesso di due province,
nell’ora di perdizione che è sempre
il passaggio a un’altra riva col sole
in una salute languente —
incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo
qui vivente o transitante
1° venne ucciso perché ribelle o ostaggio.
Su marmo pietra o umile laterizio
una lapide ricorda i nomi e il giorno dell’eccidio -
ma tu che passi procedi oltre, t’affretti
punto dal primo freddo e dal trasmutarsi
all’orizzonte di rosso in viola
Gu

mentre la siepe accoglie arruffata 4
e misera il ritorno dei passeri
/
dai seminati in ombra — ormai
indistinti quei cippi dai tumuli
che il cantoniere o il colono
innalzò di ghiaia o terra o letame
nella luce lavorativa d’un giorno senza data.

L’Oltretorrente

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa nell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

L’undici agosto

La matura perfezione di questa giornata –
l’undici agosto ma è come fosse settembre
e la roccia è rugosa, dolce, contenente succo –
include nella sua luce la montagna

presente, prati sonori al piede dorati
alla vista, Antiope dormiente, boschi
neri alla vista a penetrare argentei
di lumache e di vene colanti acqua da

più sù più sù, dove improvviso è il cielo
a mostrarsi in quella seta pesante d’oggi
celeste con applicazioni in seta bianca
rasata e in oro sagrale (nuvole e sole),

la pianura anche, la cui percezione
non sarà, in tale lontananza, possibile
se non dopo la fatica d’arrampicarsi al crinale
e lì contemplarla in una falce brunita

che il padre giovane regge alta seguito
da un figlio già cacciatore di nidi da
una figlia in lilla stinto da una moglie
già vecchia e in quello specchio mobile affrettati

a fissare gli occhi vedrai la città orizzontale
signora del vizio e della conversazione paisible
attraversata da ponti decorata da belvederi:
una tale perfezione era da ricordare.

Libri

8

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.