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L’estate di san Martino
Carlo Betocchi
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L’estate di san Martino

Alla chiesa di frosinone

Il tuo orologio suona ogni quarto,
ogni quarto ricorda: — il tempo passa;
ogni quarto con tocchi argentini
e l’ore con cupi tocchi. E sembra
che questi di Frosinone han lasciata
piena di crepe, o come nella tua polvere,
” colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima

prega sugli orizzonti senza suono,
P
di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata
mia madre: di tra le ciglia della vita
che palpitano, come di bambina che si ridesta,
°° la mia anima prega per ciò che muore.

Dai tetti

È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.

Guarda questi begli anemoni...

Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti

quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati

da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;

fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto, molto.

Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo

Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente

qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...

un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera

e profondissima, cupa, nel suo indaco.
❦ L’estate di san Martino · Carlo Betocchi
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