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L’estate di san Martino
Il tuo orologio suona ogni quarto,
ogni quarto ricorda: — il tempo passa;
ogni quarto con tocchi argentini
e l’ore con cupi tocchi. E sembra
che questi di Frosinone han lasciata
piena di crepe, o come nella tua polvere,
” colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima
prega sugli orizzonti senza suono,
P
di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata
mia madre: di tra le ciglia della vita
che palpitano, come di bambina che si ridesta,
°° la mia anima prega per ciò che muore.
È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.
Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti
quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati
da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;
fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto, molto.
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente
qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...
un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera
e profondissima, cupa, nel suo indaco.
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L’estate di san Martino · Carlo Betocchi
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