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Canti
Aleardo Aleardi
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Canti

È morta

Atrocemente. Ella agitò pei lini
Le sue nobili forme; una fatica
Disperata divenne il suo respiro;
Come di cosa che si ferma, il metro
Sempre più lento era del core; volle
Mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
Spegneasi allora con guizzo supremo;
Ed ella vide l’ombra de la morte
Passar su la parete. — Al vïatore
Che vaga per alcuna isola greca,

Mezzo tra i fiori e l’eriche nascosa
Appar talvolta, giovinetta eterna,
Una ninfa di Fidia. E sì lo vince
La leggiadria de le scolpite membra
Da spasimar qual di fanciulla viva.
Le siede presso, la contempla e quasi
Arde, le parla, la desia: ma passa
Pur non di meno il venticel che spira
Da Giacinto o da Scio, senza che un solo
Riccio si mova sul marmoreo fronte
De la bella di Paro. E tal giacevi,
Misera Elisa, in mezzo a lo scompiglio
De le diverse coltri inanimata.

Il Monte Circello

Vedi là quella valle interminata
Che lungo la toscana onda si spiega,
Quasi tappeto di smeraldi adorno,
Che de le molli deità marine
L’orma attenda odorosa? Essa è di venti
Oblïate cittadi il cimitero;
È la palude, che dal Ponto à nome.
Sì placida s’allunga, e da sì dense
Famiglie di vivaci erbe sorrisa,
Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi
Il venturoso abitatore. E pure
Tra i solchi rei de la Saturnia terra
Cresce perenne una virtù funesta
Che si chiama la Morte. ― Allor che ne le
Meste per tanta luce ore d’estate
Il sole incombe assiduamente ai campi,
Traggono a mille qui, come la dura
Fame ne li consiglia, i mietitori;
Ed àn figura di color che vanno
Dolorosi all’esiglio; e già le brune
Pupille il velenato aëre contrista.
Qui non la nota d’amoroso augello
Quell’anime consola, e non allegra
Niuna canzone dei natali Abruzzi
Le patetiche bande. Taciturni
Falcian le mèssi di signori ignoti;
E quando la sudata opra è compita,
Riedono taciturni; e sol talora
La passïone dei ritorni addoppia
Col domestico suon la cornamusa.
Ahi! ma non riedon tutti; e v’à chi siede
Moribondo in un solco; e col supremo

Sguardo ricerca d’un fedel parente
Che la mercè de la sua vita arrechi
A la tremula madre, e la parola
Del figliuol che non torna. E mentre muore
Così solo e deserto, ode lontano
I vïatori, cui misura i passi
Col domestico suon la cornamusa.
E allor che nei venturi anni discende
A côr le mèssi un orfanello, e sente
Tremar sotto un manipolo la falce,
Lagrima e pensa: Questa spiga forse
Crebbe su le insepolte ossa paterne.
❦ Canti · Aleardo Aleardi
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