Aleardo Aleardi

Aleardo Aleardi

1812–1878 · visse 65 anni IT IT

n. 1812-11-14 · m. 1878-07-17

Da È morta

[…] Ella morìa.
Subita, e cinta di sinistro arcano
ne dissero la morte. Era una notte.
Sovra il suo letto d’ebano dormiva
sorridente. La lampa agonizzava.
Sovra il tappeto orïental caduto
era un volume da la man che ancora
si atteggiava a tenerlo. Avea scordato
quella sera di dir le sue preghiere.
Un altro Iddio le inquïetava i caldi
rivi del sangue. E sotto il trasparente
velo azzurrino de le sue palpèbre
iva ondeggiando immersa in non so quali
vagabondi desii la sua pupilla.
Ma da canto a la bella peccatrice
carnefici soavi e inavvertiti
vegliavano dei fior. Dal levigato
labbro di conca alabastrina il capo
sporgeano in giro. Ed era ognun di loro
dono segreto di segreto amante
in segreto tradito.Iddio che lega
tutte le cose di quaggiù con fila
misterïose, Egli saprà per quale
corrispondenza incognita si fosse
l’anima di que’ fior comunicata
con l’anima di quei poveri cuori.
Tutto taceva. Una canzon briaca
solo si udia, come balzar per l’aura;
e qualche pésta che finia perduta
dietro le svolte: l’indice del tempo
segnava il colmo de la notte. Allora
avvenne un fatto pauroso. Il gambo
lieve lieve allungando una magnolia
al labbro s’appressò cupidamente
de la sopita, e vi depose il bacio,
onde l’aveva il donator pregata.
Ma in quello istante pur non altrimenti
la cardenia movea, movea l’acuta
tuberosa ed il giglio; e ognun credeva
in quella delicata ora di colpa
d’esser non visto, ognun d’essere il solo.
Ché la divina sognatrice, accesa
da volubili febbri, il collo e i crini
acconsentiva e il sen nitido a tutti
perfidamente con egual misura.
Ma in un balen dall’acre accorgimento
ch’ella tradia fûr colti. Una gelosa
rabbia li vinse, e in tacita congiura
ne decisero il fato. Allor dal fondo
dei calici scherniti, ove si accoglie
tanta virtù d’inesplorate essenze,
stille dedusser di sottil veleno
e nuvolette d’aliti mortali.
Poscia ravvolti in quel vapor d’affanno
saettaron le nari all’infedele
atrocemente. Ella agitò pei lini
le sue nobili forme; una fatica
disperata divenne il suo respiro;
come di cosa che si ferma, il metro
sempre più lento era del core; volle
mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
spegneasi allora con guizzo supremo;
ed ella vide l’ombra de la morte
passar su la parete. […]
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Poesie

3

Da È morta

[…] Ella morìa.
Subita, e cinta di sinistro arcano
ne dissero la morte. Era una notte.
Sovra il suo letto d’ebano dormiva
sorridente. La lampa agonizzava.
Sovra il tappeto orïental caduto
era un volume da la man che ancora
si atteggiava a tenerlo. Avea scordato
quella sera di dir le sue preghiere.
Un altro Iddio le inquïetava i caldi
rivi del sangue. E sotto il trasparente
velo azzurrino de le sue palpèbre
iva ondeggiando immersa in non so quali
vagabondi desii la sua pupilla.
Ma da canto a la bella peccatrice
carnefici soavi e inavvertiti
vegliavano dei fior. Dal levigato
labbro di conca alabastrina il capo
sporgeano in giro. Ed era ognun di loro
dono segreto di segreto amante
in segreto tradito.Iddio che lega
tutte le cose di quaggiù con fila
misterïose, Egli saprà per quale
corrispondenza incognita si fosse
l’anima di que’ fior comunicata
con l’anima di quei poveri cuori.
Tutto taceva. Una canzon briaca
solo si udia, come balzar per l’aura;
e qualche pésta che finia perduta
dietro le svolte: l’indice del tempo
segnava il colmo de la notte. Allora
avvenne un fatto pauroso. Il gambo
lieve lieve allungando una magnolia
al labbro s’appressò cupidamente
de la sopita, e vi depose il bacio,
onde l’aveva il donator pregata.
Ma in quello istante pur non altrimenti
la cardenia movea, movea l’acuta
tuberosa ed il giglio; e ognun credeva
in quella delicata ora di colpa
d’esser non visto, ognun d’essere il solo.
Ché la divina sognatrice, accesa
da volubili febbri, il collo e i crini
acconsentiva e il sen nitido a tutti
perfidamente con egual misura.
Ma in un balen dall’acre accorgimento
ch’ella tradia fûr colti. Una gelosa
rabbia li vinse, e in tacita congiura
ne decisero il fato. Allor dal fondo
dei calici scherniti, ove si accoglie
tanta virtù d’inesplorate essenze,
stille dedusser di sottil veleno
e nuvolette d’aliti mortali.
Poscia ravvolti in quel vapor d’affanno
saettaron le nari all’infedele
atrocemente. Ella agitò pei lini
le sue nobili forme; una fatica
disperata divenne il suo respiro;
come di cosa che si ferma, il metro
sempre più lento era del core; volle
mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
spegneasi allora con guizzo supremo;
ed ella vide l’ombra de la morte
passar su la parete. […]

È morta

Atrocemente. Ella agitò pei lini
Le sue nobili forme; una fatica
Disperata divenne il suo respiro;
Come di cosa che si ferma, il metro
Sempre più lento era del core; volle
Mettere un grido; aprì gli occhi; la lampa
Spegneasi allora con guizzo supremo;
Ed ella vide l’ombra de la morte
Passar su la parete. — Al vïatore
Che vaga per alcuna isola greca,

Mezzo tra i fiori e l’eriche nascosa
Appar talvolta, giovinetta eterna,
Una ninfa di Fidia. E sì lo vince
La leggiadria de le scolpite membra
Da spasimar qual di fanciulla viva.
Le siede presso, la contempla e quasi
Arde, le parla, la desia: ma passa
Pur non di meno il venticel che spira
Da Giacinto o da Scio, senza che un solo
Riccio si mova sul marmoreo fronte
De la bella di Paro. E tal giacevi,
Misera Elisa, in mezzo a lo scompiglio
De le diverse coltri inanimata.

Il Monte Circello

Vedi là quella valle interminata
Che lungo la toscana onda si spiega,
Quasi tappeto di smeraldi adorno,
Che de le molli deità marine
L’orma attenda odorosa? Essa è di venti
Oblïate cittadi il cimitero;
È la palude, che dal Ponto à nome.
Sì placida s’allunga, e da sì dense
Famiglie di vivaci erbe sorrisa,
Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi
Il venturoso abitatore. E pure
Tra i solchi rei de la Saturnia terra
Cresce perenne una virtù funesta
Che si chiama la Morte. ― Allor che ne le
Meste per tanta luce ore d’estate
Il sole incombe assiduamente ai campi,
Traggono a mille qui, come la dura
Fame ne li consiglia, i mietitori;
Ed àn figura di color che vanno
Dolorosi all’esiglio; e già le brune
Pupille il velenato aëre contrista.
Qui non la nota d’amoroso augello
Quell’anime consola, e non allegra
Niuna canzone dei natali Abruzzi
Le patetiche bande. Taciturni
Falcian le mèssi di signori ignoti;
E quando la sudata opra è compita,
Riedono taciturni; e sol talora
La passïone dei ritorni addoppia
Col domestico suon la cornamusa.
Ahi! ma non riedon tutti; e v’à chi siede
Moribondo in un solco; e col supremo

Sguardo ricerca d’un fedel parente
Che la mercè de la sua vita arrechi
A la tremula madre, e la parola
Del figliuol che non torna. E mentre muore
Così solo e deserto, ode lontano
I vïatori, cui misura i passi
Col domestico suon la cornamusa.
E allor che nei venturi anni discende
A côr le mèssi un orfanello, e sente
Tremar sotto un manipolo la falce,
Lagrima e pensa: Questa spiga forse
Crebbe su le insepolte ossa paterne.

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