A Chilosà trovi un vecchio sapiente
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
A Chilosà una mattina
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
Per gli gnomi e per il re
la regina prepara il tè
lo prepara con le sue mani
ma la torta l’ha fatta il cuoco
La regina dice al re:
a fare il dolce ci vuol poco
basto 10 basti tu
purché siamo io e te
Prova tu a fare bene il tè
Il re lecca la torta
e si mangia i baffi
Gli gnomi saltano nella tazza
Prova tu a far bene il tè
ripetono per gioco al re
E alla regina dice il re:
sono pazzissimo di te
Corro con te verso i tuoi vent’anni
e tra noi si spalanca quella distesa di trenta
che per l’uomo, si dice, procede all’indietro.
Se tale ha da essere la giusta direzione
correrò ancora con te indietreggiando.
Agguanterò il desiderio trascinandomi
sugli occhi e sul naso.
Di colpo una pigra mattina ha chiuso la persiana controvento
il giorno ammonito s’è spento nell’eco del tuono.
La notte 1 gelsomini hanno un odore dolce di zampa.
Momentanea stagione con filari di barche sul lago,
voga da boschi, amori di quattro righe, piogge sparse,
immeritati pascoli. “Arrivederci, l’anno prossimo”
Rimestola una sentenza di maestro
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
La mano, per esempio: percorre i suoi fiumi sulla brezza
che increspa le nocche dei monti, fa vela ai corpi, ti
tocca come in sogno. Sedendo con agio tra i lecci, ho visto
chiare nel malessere le radici dell’olivo sghembo
sulla strada di Eleusi. Sento musica d’insetti
quando contano mazzetti di banconote tra le dita
La politica a Chilosà
non accende forti passioni.
Gli onesti poveri sono pochi,
di ricconi ce n’è abbastanza,
tutti gli altri tra svacchi e balli
si contentano dei contanti.
I più, tra i chilosani,
si astengono dal votare
(fanno come gli americani),
frastornati dalle emittenti
hanno paura di sbagliare,
oppure pensano di protestare
col silenzio elettorale.
In realtà la sanno lunga.
Eletto un sindaco assai efficiente
a maggioranza di poca gente,
tutti godono lo sgoverno comune:
farsi ognuno i propri affari
è il consenso consentito
(a chiunque abbia o no votato)
dal programma stabilito.
Non si sa quanto durerà,
ma ai chilosani nessuno la fa.
Si fa per allegria I malinconia
scherzo e furore
o quel che sia
stupidità
non cambia vita la poesia
forma di bugia che include il vero
arte del dire sghembo innominando
ritmo del premonire
pensieri girano nel nonsono
va’là
Oilallà
pensare non ha fondamento
si sa
pazzo che sei
tutta la metafisica stride su una corda
(a Tokjo
nel giardino dell’Istituto
ho scodinzolato dietro il tocco di un do
sfiorato con brio sulla tavola “marciante naturale”
dal musico Sanzò)
Parole-sassolini nella mente
se tintinnano va
se sciacquano
inghiottono le onde del sentire
si rompono nell’eco stinta di un grido
son qua a illuminare
cra cra dei corvi
ma strano
curiosità
Segno non trova fondamento
è ciò che fa
oinoilà
fondamento crolla e noi bravi a crollare
studiando magie archeologie
abisso senza fondo
non è cosa di macerie
morte sarà risposta voilà inaudita
aldilà
Festa di morte il vero e altro non sia
Perché questa formica cammina così in fretta
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamano?
Quanto ai fiori, ti dirò, preferisco
la circostanza che li pone a nostro agio,
la sorpresa o l’offerta di mattino
in una stanza, o la presenza notturna
che li stempera, li disfa sulla soglia
d’una ospitalità ambita, incongrua.
Oppure devono risplendere al naturale
come quei papaveri sui declivi magri.
Ebbrezza di placamenti
Amore non può parlare
né allontanarsi né approfittare
è amato e sciocco sotto la luna
La terra raggiunta si tranquillizza
l’occhio tramonta nel bosco strappato
il corpo più intimo si avvalla
Agogna lo sfinimento di consumare l’estro
nella ripetizione del nientetempo
Fiuta la delicata tempesta di feromoni e calze
riconosce la grazia e il tormento
Si rannicchia nel cervello vaporoso
a rammendare la sintesi in delirio
Gemina che manca respira a nascondino
il sole è nel pozzo del nostro insieme infinito
da vortici roventi vago specchio di spume
sgrana l’ipotesi d’iperbolico fuoco
l’aria cava frigge luce buia spalanca
è oceano in fiamme e basta l’immagine
ma tu sali alle quote del vento irruvidito
gemi la gentilezza di morire un poco
E l’accoglienza di grandi occhi ti sgrana
regala ebbrezza di placameto
slaccia il tuo cuoriciattolo ti nuotano
ascoltano che scrivi abiti quel giro immerso
Stagioni foglie
sempre smarrite ritrovate
ma che non torna abbaglia dai rifiuti
ombra da vicoli di luce trattenuta
grazia nessuna
se non il dio frainteso
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Ebbrezza di placamenti · Alfredo Giuliani
Libri