Quanto ai fiori, ti dirò, preferisco
la circostanza che li pone a nostro agio,
la sorpresa o l’offerta di mattino
in una stanza, o la presenza notturna

che li stempera, li disfa sulla soglia
d’una ospitalità ambita, incongrua.
Oppure devono risplendere al naturale
come quei papaveri sui declivi magri.

Ebbrezza di placamenti

Amore non può parlare
né allontanarsi né approfittare
è amato e sciocco sotto la luna
La terra raggiunta si tranquillizza
l’occhio tramonta nel bosco strappato
il corpo più intimo si avvalla

Agogna lo sfinimento di consumare l’estro
nella ripetizione del nientetempo
Fiuta la delicata tempesta di feromoni e calze
riconosce la grazia e il tormento
Si rannicchia nel cervello vaporoso
a rammendare la sintesi in delirio

Gemina che manca respira a nascondino
il sole è nel pozzo del nostro insieme infinito
da vortici roventi vago specchio di spume
sgrana l’ipotesi d’iperbolico fuoco
l’aria cava frigge luce buia spalanca
è oceano in fiamme e basta l’immagine
ma tu sali alle quote del vento irruvidito
gemi la gentilezza di morire un poco

E l’accoglienza di grandi occhi ti sgrana
regala ebbrezza di placameto
slaccia il tuo cuoriciattolo ti nuotano
ascoltano che scrivi abiti quel giro immerso

Stagioni foglie
sempre smarrite ritrovate

ma che non torna abbaglia dai rifiuti
ombra da vicoli di luce trattenuta

grazia nessuna
se non il dio frainteso
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