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Piccola colazione
Paolo Ruffilli
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Piccola colazione

All’infuori del corpo

“Sarebbe, quindi,
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.

L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.

“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.

“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.

...Se non si perde,
neppure si conquista.

È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur

Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.

Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.

(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare

Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.

...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...

“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.

È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)

Da CAMERA OSCURA

La parola, per me

veniva da distante.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
❦ Piccola colazione · Paolo Ruffilli
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