(Se guarisco, io
e torno a camminare,
se starò dritto
se potrò uscire
per conto mio
e andare nuovamente
come mi piaccia
dove mi pare.
Mi basterebbe
il tragitto breve
fino al giornalaio,
anche con la neve
e il rischio di cadere,
e che lucente idea
sarebbe l’avventura
di un intero viaggio
più lontano,
un’odissea da un giorno
a caccia di imprevisti
soste e incontri
scoperte e deviazioni.
Mi fermerei a bere
solo per il gusto
e per l’odore,
una tazza di caffè e
rimarrei al chiuso
ad annusare
il fumo delle sigarette.
Entrerei a parlare
con il verduraio.
guardando il colore
nelle sue cassette
di ogni frutto e ortaggio
riempendomi la mano
delle forme perfette.
Perderei tempo
lungo la strada
sulla traccia scovata
del mio gatto,
ingoiando l’aria
fredda e pura
e sorseggiando
per lungo tratto ancora
il sapore della nebbia.
Se guarisco...io
riattraverso il già fatto
e il già veduto,
l’incommensurabile
che ho conosciuto”.
Ma tutto è ormai
perduto, finito e
scivolato sul pendio
del tempo consumato,
svanito e dileguato
nella falla
senza ritorno
indietro dall’addio.
...Un sogno
...un sogno
il dato, ma non
memoria o nostalgia,
di ciò che è stato.
Amato o non amato
comunque, sconosciuto.
Perduto totalmente,
caduto dentro
il suo finire in
quello stesso
essere fissato
prima di perire.
Da LA GIOIA E IL LUTTO
A mezzo busto
(A mezzo busto,
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
All’infuori del corpo
“Sarebbe, quindi,
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.
L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.
“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.
“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.
...Se non si perde,
neppure si conquista.
È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur
Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.
Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.
(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare
Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.
...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...
“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.
È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)
Da CAMERA OSCURA
Forse, perché
Forse, perché
nel pacco delle foto
per convenzione
l’urlo è muto e
sta bloccato il corso
nella sospesa evoluzione,
avanti a indietro.
Tutto è già accaduto
e viene lì accertato
con minimo distacco,
i pregi e i torti
posti sotto vetro.
I vivi sono morti:
colti in assenze
di statuto, nell’atto
di discesa senza porti
ma con le sue parvenze
e i suoi arrivi.
Motti vivi.
La parola, per me
veniva da distante.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
Mia sorella
(Mia sorella
di pochi mesi,
avvolta in un grembiule
"che la preme.
La tengo, perplesso,
per un dito.
Quasi smarrito.
Le stesse orecchie,
uguali e occhi
e naso e bocca.
Ho cinque anni).
Poi, scocca l’ora
che uno neanche teme.
Essere stati assieme:
scoperte e giochi
negli stessi panni...
e arrivare
a perdersi di vista.
Trovarsi raramente
e non avere, adesso
niente più da dirsi.
Di qua e di là
da un muro,
magari in cima.
Ognuno assunto
un ruolo, la parte
di una vita che
prima era comune
e ora dista chissà
per quali eventi.
L’oscuro delle
rette divergenti
da un punto
sulle carte
all’infinito.
Quasi calvo
(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e oscuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre).
Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
Mancato, a torto
- credevo - poco
o molto, all’appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.
Per me bambino
era diventato,
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.
Sul lungomare
(Sul lungomare
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.