...un sogno
il dato, ma non
memoria o nostalgia,
di ciò che è stato.
Amato o non amato
comunque, sconosciuto.
Perduto totalmente,
caduto dentro
il suo finire in
quello stesso
essere fissato
prima di perire.
Da LA GIOIA E IL LUTTO
(A mezzo busto,
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
Forse, perché
nel pacco delle foto
per convenzione
l’urlo è muto e
sta bloccato il corso
nella sospesa evoluzione,
avanti a indietro.
Tutto è già accaduto
e viene lì accertato
con minimo distacco,
i pregi e i torti
posti sotto vetro.
I vivi sono morti:
colti in assenze
di statuto, nell’atto
di discesa senza porti
ma con le sue parvenze
e i suoi arrivi.
Motti vivi.
(Mia sorella
di pochi mesi,
avvolta in un grembiule
"che la preme.
La tengo, perplesso,
per un dito.
Quasi smarrito.
Le stesse orecchie,
uguali e occhi
e naso e bocca.
Ho cinque anni).
Poi, scocca l’ora
che uno neanche teme.
Essere stati assieme:
scoperte e giochi
negli stessi panni...
e arrivare
a perdersi di vista.
Trovarsi raramente
e non avere, adesso
niente più da dirsi.
Di qua e di là
da un muro,
magari in cima.
Ognuno assunto
un ruolo, la parte
di una vita che
prima era comune
e ora dista chissà
per quali eventi.
L’oscuro delle
rette divergenti
da un punto
sulle carte
all’infinito.
(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e oscuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre).
Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
Mancato, a torto
- credevo - poco
o molto, all’appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.
Per me bambino
era diventato,
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.
(Sul lungomare
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
❦
Camera oscura · Paolo Ruffilli
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