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Piccolo libro inutile
Sergio Corazzini
1906
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Piccolo libro inutile

1906

Canzonetta all’amata

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Vele di barche in mare!
Non dovevo lasciare
che, pur se triste, il sole
bagnasse il limitare!
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Forse mi allontanai
troppo, ché, certo, mai
tanto mi piacque andare
solo, con la mia bella
rete nuova e una stella
per guida fra’ rosai.

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Erano così chiare
le acque! Dolce pescare
se la rete sia nuova!
Quanti nidi contai
di stelle e quante mai
vele di barche in mare?

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Quale gioia tentò
la porta, s’inoltrò
cauta e infantilmente
rise nell’obliata
casa e fiorì la grata
di viole? Non so.

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Felicità mi spiace,
felicità è loquace
come un bimbo; l’ho a noia!
La mia rete ha ceduto,
la mia stella ha perduto
il fedele seguace.

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Vele di barche in mare.
Chi attendi al limitare?
Regina delle lagrime
e de’ dolci martiri,
non anche tu sospiri
chi deve ritornare?

Sì, conviene che muoia,
dolcezza, tu, per me.

From LIBRO PER LA SERA DELLA DOMENICA

Desolazione del povero poeta sentimentale

I
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.

III
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù,
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

VIII
Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

Elegia

Tu piangi, ma non sai, piccola cara,
dove, nell’ombra, piangano le morte
cose quel tuo, dolcezza, ultimo addio,
non sai dove le tue lagrime, dove
le tue povere lagrime salate
piangere, se non anche il più diletto
amante, oggi, le beva per i lunghi
cigli e i capelli ti componga, piano
e tenero, su le arse tempie e voglia,
ad uno ad uno, dalle guance, tutte
bagnate, liberarli, indugiando
nella piccola cura in fin che un lume
dolce ti rida nei piangevoli occhi.

Lagrimi e vuoi che ti racconti alcuna
favola antica, mentre ti sarebbe
dolce un imaginare di lontani
giorni che la tristezza esiliò
con le favole, cara anima, poi
che nessuno te le racconta più,
quelle povere favole soavi
senza amarezze e pure, adesso, tanto
tristi che, quasi, piangi per averle
in cuore, tutte, come le figure
di quei piccoli santi con la palma
che tu appuntavi, con gli spilli, al muro.

Piangi pur anche la malinconia
mortale d’una piccola bottega
nera, di vecchi mobili, di vecchi
abiti, in una triste via, nell’ora
crepuscolare, e tutte quelle cose
imagini che siano per morire
in uno specchio, simili a dei fiori
obliati in un vaso? Ma non devi
piangere. Lascia ch’io ti asciughi, povera
anima, piano, quasi il fazzoletto,
raccogliendo le tue lagrime, possa
domani, ancora, s’io lo voglia, tutte
alla mia bocca renderle, dolcezza.
Sorriderai: se dolorosamente
sorriderai, mi basterà. Che importa
se non t’è il cielo, all’improvviso, tutto
nel cuore? Avrà tempo. Non è già questo
l’ultimo pianto! Io sarò dolce e tu
sarai fragile e tenera e serena.

Verrà la pace con le mani giunte,
ma non la udrai tu, piccola, venire.
Tornerà, sai, quotidianamente
un poco, senza dirti nulla; e, vedi,
sarà come se tu cantassi una
preghiera incomprensibile, per lungo
volger di tempo, in fin che in una sera,
forse più dolce e triste, all’improvviso
t’avvenisse, così, senza sapere,
di comprenderla intera. Cento volte
passeremo per quella via che più
diletta a non so che malinconie
nostre avremo. Lungo i chiari fiumi
canteremo le più vecchie canzoni
e sarà dolce non seguirne il senso.

Le canteremo solo perché possano
inavvertite piangervi le nostre
anime, un poco. Tu vedrai; la bella
Vita imagineremo in una chiara
morte. Come se tu fossi, ogni giorno,
per giungere ad un mio primo convegno,
ti vorrò bene, e come tu, dolcezza,
giungere mai dovessi, io ti vorrò
tanto bene. Sorridi, ora. Non piangi
quasi più. Ce ne andremo in una casa
piccola e sola. Se vorrai, nei giorni
di festa, porteremo a tutti i piccoli
infermi alcuni di quei dolci, quei
poveri dolci delle suore, quasi
bianchi, senza sapore, avvolti in carte
celesti e in fili d’oro. Se vorrai,
questo; se non vorrai, se ti sembrasse
troppo triste, andrò solo, senza piangere,
anima cara, e tornerò alla nostra
piccola casa e, come fossi anch’io
malato, sognerò le tue parole
tenere, bianche, senza senso quasi,
come quei dolci, quei piccoli dolci
delle povere suore malinconiche.
. . . . . . . . . . . .

L’ultimo sogno

Io sono giunto alla città
nel mezzo del bosco.
Batto alla porta, nessuno domanda,
batto a tutte le porte
° della città muta; non odo

che fontane cantare
canzoni senza ritornelli
a la Monotonia.
To grido: «non saprò
‘° domani tornare

per la stessa via!
Sono un fanciullo bianco
ed è fiorita per i miei capelli
una ghirlanda!
Le mie piccole mani sono pure
come quelle dei santi di cera;
amo le creature
non so che una povera preghiera».
Le fontane cantano sempre
2° nella città muta dei sogni.

lo mi allontano
e la mia veste bianca
se la dividono i rovi,
e la mia ghirlanda s’è mutata
?” in una corona di spine,

le mie piccole mani sanguinano
senza fine
e l’anima è triste come
li occhi
% di un agnello che sia per morire.

E le fontane cantano
dietro le bianche porte.
Ah! sono io dunque colui
che non dormirà più
” che non sognerà più

fino alla morte?

Per organo di barberia

pi
‘

Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un’offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d’ospedale
che ci sembra domandino
un’eco in elemosina!

II

Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti

alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
2° folle di agonizzanti

una seconda volta,
ritorni su’ tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
* e nessuno ti ascolta

Sonata in bianco minore

I
– Sorelle, venite a vedere!
– C’è il sole nell’orto, c’è il sole!
– È un povero sole che ha freddo, non senti?
– Che piange le sue primavere...
– Sole di convalescenti.
– Suor Anna sorride così.
– Che ci voglia raccontare
una fiaba d’oltre mare!
– È venuto a trovare
noi, povere sperdute,
e, forse un malato lo aspetta
invano al limitare
della sua casa per la sua salute.
– È più bianco della mia cornetta...
– Sorelle, scendiamo nell’orto
prima che se ne vada.

II
– Sorelle, pregatelo a mani
giunte ché torni domani!
– Che torni, per poco, che torni,
però, tutti i giorni!
– Perché non dovrebbe venire?
Noi stiamo per morire.
– Comunichiamocene, sorelle,
prima che vengano le stelle.
– Noi non abbiamo che Gesù,
Maria e niente più.
– Un po’ d’acqua nella scodella
e un po’ di sole nella cella.
– Io mi farò una ghirlandetta
per i miei poveri capelli.
– Io, sorella benedetta,
avrò il miglio per gli uccelli.

III
– Oh, Sorelle, e, se non torna,
che faremo?
– Se non torna, aspetteremo.
– Come è gelido il convento.
– È più gelido il mio cuore.
– Oh, Sorelle, invece, io sento
tutto il sole nel mio cuore.
– Stelle in cielo e vele in mare,
tante vele e tante stelle...
– Accendiamo le candele sull’altare.
– Ricordiamoci, sorelle,
che siamo mortali.

– Regina sine labe originali..
– Che faremo, se non torna?
– Se non torna più, morremo.
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