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Feroniade
Vincenzo Monti
1784
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Feroniade

1784

Feroniade, canto III

Mentre cosí l’ire gelose in cielo
Disacerba Giunon, quai sono in terra
Di Feronia le lagrime, i sospiri?
Ditelo, d’Elicona alme fanciulle,
Voi che l’opere tutte e i pensier anco
De’ mortali sapete e degli dei.
Poi che si vide l’infelice in bando
Cacciata dal natío dolce terreno,
D’are priva e d’onori, e dallo stesso
(Ahi sconoscenza!) dallo stesso Giove
Lasciata in abbandono; ella dolente
Verso i boschi di Trivia incamminossi,
E ad or ad or volgea lo sguardo indietro
E sospirava. Sul piè stanco alfine
Mal si reggendo, e dalla lunga via
E piú dal duolo abbattuta e cadente,
Sotto un’elce s’assise: ivi, facendo
Al volto letto d’ambedue le palme,
Tutta con esse si coprí la fronte,
E nascose le lagrime, che mute
Le bagnavan le gote, e le sapea
Solo il terren che le bevea pietoso.
In quel misero stato la ravvolse
Dell’ombre sue la notte; e in sul mattino
Il sol la ritrovò sparsa le chiome
E di gelo grondante e di pruina;
Perocché per dolor posta in non cale
La sua celeste dignitade avea,
Onde al corpo divin l’aure notturne
Ingiurïose e irriverenti furo
Siccome a membra di mortal natura.
Lica intanto, di povero terreno
Piú povero cultor, dal letticciuolo
Era surto con l’alba, e del suo campo
Visitando venía le orrende piaghe
Che fatte avean la pioggia, il ghiaccio, il vento
Agli arboscelli, ai solchi ed alle viti.
Lungo il calle passando ove la diva

In quell’atto sedea, da meraviglia
Tocco e piú da pietà, che fra le selve
Meglio che in mezzo alle cittadi alberga,
S’appressò palpitando, e la giacente
Non conoscendo (ché a mortal pupilla
Difficil cosa è il ravvisar gli dei),
Ma in lei della contrada argomentando
Una ninfa smarrita: O tu, chi sei,
Chi sei (le disse), che sí care e belle
Hai le sembianze e dolor tanto in volto?
Per chi son queste lagrime? t’ha forse
Priva il ciel della madre, o del fratello,
O dell’amato sposo? ché son questi
Certo i primi de’ mali onde sovente
Giove n’affligge. Ma, del tuo cordoglio
Qual si sia la cagion, prendi conforto,
E pazïenza opponi alle sventure
Che ne mandano i numi: essi nemici
Nostri non son; ma col rigor talvolta
Correggono i piú cari. Alzati, o donna;
Vieni, e t’adagia nella mia capanna
Che non è lungi; e le forze languenti
Ivi di qualche cibo e di riposo
Ristorerai. La mia consorte poscia
Di tutto l’uopo ti sarà cortese,
Ch’ella è prudente e degli afflitti amica;
E qual figlia ambedue cara t’avremo.
Alle parole del villan pietoso
S’intenerí la diva, e in cor sentissi
La doglia mitigar, tanta fra’ boschi
Gentilezza trovando e cortesia.
Levossi in piedi; ed ei le resse il fianco,
E la sostenne con la man callosa.
Nell’appressarsi, nel toccar ch’ei fece
Il divin vestimento, un brividío
Un palpito lo prese, un cotal misto
Di rispetto, d’affetto e di paura,
Che parve uscir dei sensi, e su le labbra
La voce gli morí. Quindi il sentiero
Prese in ver la capanna, e il fido cane
Nel mezzo del cortil gli corse incontro:

Volea latrar; ma, sollevando il muso
E attonite rizzando ambe le orecchie,
Guardolla, e muto su l’impressa arena
Ne fiutò le vestigia. In questo mentre
Alla cara sua moglie Teletusa

Feroniade, canto III

Di sacra libagion. Forte di questo
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi

Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi

A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.
❦ Feroniade · Vincenzo Monti · 1784
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