Vincenzo Monti

Vincenzo Monti

1754–1828 · visse 74 anni IT IT

n. 1754-02-19, Alfonsine · m. 1828-10-13, Milão

Al signor di montgolfier

Giason dal Pelio
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;

su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.

Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.

O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.

Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?

Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?

Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.

Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?

Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.

“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.

Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.

Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .
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Poesie

7

Al signor di montgolfier

Giason dal Pelio
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;

su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.

Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.

O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.

Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?

Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?

Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.

Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?

Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.

“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.

Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.

Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .

Feroniade, canto III

Mentre cosí l’ire gelose in cielo
Disacerba Giunon, quai sono in terra
Di Feronia le lagrime, i sospiri?
Ditelo, d’Elicona alme fanciulle,
Voi che l’opere tutte e i pensier anco
De’ mortali sapete e degli dei.
Poi che si vide l’infelice in bando
Cacciata dal natío dolce terreno,
D’are priva e d’onori, e dallo stesso
(Ahi sconoscenza!) dallo stesso Giove
Lasciata in abbandono; ella dolente
Verso i boschi di Trivia incamminossi,
E ad or ad or volgea lo sguardo indietro
E sospirava. Sul piè stanco alfine
Mal si reggendo, e dalla lunga via
E piú dal duolo abbattuta e cadente,
Sotto un’elce s’assise: ivi, facendo
Al volto letto d’ambedue le palme,
Tutta con esse si coprí la fronte,
E nascose le lagrime, che mute
Le bagnavan le gote, e le sapea
Solo il terren che le bevea pietoso.
In quel misero stato la ravvolse
Dell’ombre sue la notte; e in sul mattino
Il sol la ritrovò sparsa le chiome
E di gelo grondante e di pruina;
Perocché per dolor posta in non cale
La sua celeste dignitade avea,
Onde al corpo divin l’aure notturne
Ingiurïose e irriverenti furo
Siccome a membra di mortal natura.
Lica intanto, di povero terreno
Piú povero cultor, dal letticciuolo
Era surto con l’alba, e del suo campo
Visitando venía le orrende piaghe
Che fatte avean la pioggia, il ghiaccio, il vento
Agli arboscelli, ai solchi ed alle viti.
Lungo il calle passando ove la diva

In quell’atto sedea, da meraviglia
Tocco e piú da pietà, che fra le selve
Meglio che in mezzo alle cittadi alberga,
S’appressò palpitando, e la giacente
Non conoscendo (ché a mortal pupilla
Difficil cosa è il ravvisar gli dei),
Ma in lei della contrada argomentando
Una ninfa smarrita: O tu, chi sei,
Chi sei (le disse), che sí care e belle
Hai le sembianze e dolor tanto in volto?
Per chi son queste lagrime? t’ha forse
Priva il ciel della madre, o del fratello,
O dell’amato sposo? ché son questi
Certo i primi de’ mali onde sovente
Giove n’affligge. Ma, del tuo cordoglio
Qual si sia la cagion, prendi conforto,
E pazïenza opponi alle sventure
Che ne mandano i numi: essi nemici
Nostri non son; ma col rigor talvolta
Correggono i piú cari. Alzati, o donna;
Vieni, e t’adagia nella mia capanna
Che non è lungi; e le forze languenti
Ivi di qualche cibo e di riposo
Ristorerai. La mia consorte poscia
Di tutto l’uopo ti sarà cortese,
Ch’ella è prudente e degli afflitti amica;
E qual figlia ambedue cara t’avremo.
Alle parole del villan pietoso
S’intenerí la diva, e in cor sentissi
La doglia mitigar, tanta fra’ boschi
Gentilezza trovando e cortesia.
Levossi in piedi; ed ei le resse il fianco,
E la sostenne con la man callosa.
Nell’appressarsi, nel toccar ch’ei fece
Il divin vestimento, un brividío
Un palpito lo prese, un cotal misto
Di rispetto, d’affetto e di paura,
Che parve uscir dei sensi, e su le labbra
La voce gli morí. Quindi il sentiero
Prese in ver la capanna, e il fido cane
Nel mezzo del cortil gli corse incontro:

Volea latrar; ma, sollevando il muso
E attonite rizzando ambe le orecchie,
Guardolla, e muto su l’impressa arena
Ne fiutò le vestigia. In questo mentre
Alla cara sua moglie Teletusa

Feroniade, canto III

Di sacra libagion. Forte di questo
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi

Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi

A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.

In morte di Ugo Bassville, canto II (La decapitazione di Luigi XVI)

Fu allora il tuo, che di morte vedesti
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,

Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora

Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni

Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.

Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler

Perché muta in pensoso atto mi guati,
E di segrete stille
Rugiadose si fan le tue pupille?
Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
O mia diletta, la cagion. L’eccesso
De’ miei mali ti toglie
La favella, e discioglie
In lagrime furtive il tuo dolore.
Ma datti pace, e il core
Ad un pensier solleva
Di me piú degno e della forte insieme
Anima tua. La stella
Del viver mio s’appressa
Al suo tramonto; ma sperar ti giovi
Che tutto io non morrò; pensa che un nome
Non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno
Fra le italiche donne
Ti fia bel vanto il dire: Io fui l’amore
Del cantor di Bassville,
Del cantor che di care itale note
Vestí l’ira d’Achille.
Soave rimembranza ancor ti fia,
Che ogni spirto gentile
A’ miei casi compianse (e fra gl’Insúbri
Quale è lo spirto che gentil non sia?).

Ma con ciò tutto nella mente poni
Che cerca un lungo sofferir chi cerca
Lungo corso di vita. Oh mia Teresa,
E tu del pari sventurata e cara
Mia figlia, oh voi che sole d’alcun dolce
Temprate il molto amaro
Di mia trista esistenza, egli andrà poco
Che nell’eterno sonno lagrimando
Gli occhi miei chiuderete! Ma sia breve
Per mia cagione il lagrimar: ché nulla,
Fuor che il vostro dolor, fia che mi gravi
Nel partirmi da questo
Troppo ai buoni funesto
Mortal soggiorno, in cui
Cosí corte le gioie e cosí lunghe
Vivon le pene; ove per dura prova
Già non è bello il rimaner, ma bello
L’uscirne e far presto tragitto a quello
De’ ben vissuti, a cui sospiro. E quivi
Di te memore, e fatto
Cigno immortal (ché de’ poeti in cielo
L’arte è pregio e non colpa), il tuo fedele,
Adorata mia donna,
T’aspetterà, cantando,
Finché tu giunga, le tue lodi; e molto
De’ tuoi cari costumi
Parlerò co’ celesti, e dirò quanta
Fu verso il miserando tuo consorte
La tua pietade; e l’anime beate,
Di tua virtude innamorate, a Dio
Pregheranno, che lieti e ognor sereni
Sieno i tuoi giorni e quelli
Dei dolci amici che ne fan corona:
Principalmente i tuoi, mio generoso
Ospite amato, che verace fede
Ne fai del detto antico,
Che ritrova un tesoro
Chi ritrova un amico.

Per la liberazione d’Italia

Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re:
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò;
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr!
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.

Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udí:
Ché men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguí.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha,
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte

Del coraggio e dell’onor,
Che, il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor.
Questo lauro al crin circonda:
Virtú patria lo nutrí,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorí.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia e quel sospir:
Visse assai chi ’l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà:
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar.
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprí.

Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier cosí:
Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi, al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Aborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che piú chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol.

Per un grave incommodo emorroidale

[…]

L’aver guasto, e a mal condotto
tutto il culo, oh rio destino!
altro è ben che l’aver rotto
di Polinnia il chitarrino.

Fôra adesso ignota al mondo
la feroce ira d’Achille
ch’arder Ilio infino al fondo
fe’ di greche atre faville

[…]

Ma qual fallo, qual peccato,
giusto cielo, mai commise
questo cul, che tormentato
vien dì, e notte in tante guise?

Forse accanto al gentil sesso
ei talvolta fu sentito
esalare in suon dimesso
un sospiro proibito?

Forse a qualche nerboruto
cappuccino petulante
ei soggiacque, o ad un futtuto
sodomita zoccolante?

[…]

Libri

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