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In morte di Ugo Bassville
Vincenzo Monti
1793
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In morte di Ugo Bassville

1793

In morte di Ugo Bassville, canto II (La decapitazione di Luigi XVI)

Fu allora il tuo, che di morte vedesti
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,

Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora

Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni

Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.
❦ In morte di Ugo Bassville · Vincenzo Monti · 1793
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