L’appennino
Teatro di dossi, ebbri, calcinati,
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati
troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così intera sul vuoto
del mare——attonita su stive,
carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario ...
La luna, non c’è altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa
di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione ...
Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni ...E, dietro
il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo
a Orvieto...
Il
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono, non pende
che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Penza o di Tarquinia...
Sui dossi risuonanti, brulli
ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, minia-
ture, e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso
con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso
da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia
Ill
I
E assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano Davide, e llaria, solo llaria ...
Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole x
tenue di queste palpebre.
Jacopo con llaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.
IV
Sotto le palpebre chiuse ride
tra i pidocchi il mammoccio di Cassino
comprato ai genitori; per le rive
furenti dell’Aniene, un assassino
e una puttana lo nutrono, nelle
coloniali notti in cui Ciampino
abbagliato sotto sbiadite stelle
vibra ci aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che sentinelle
del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree latrine,
da San Paolo, a San Giovanni, ai canti
più caldi di Roma, si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e s’incrina
la quiete, tra i tuguri e le basiliche.
Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema
l’infetta membrana delle notti
italiane ... molle di brezza, serena
di luci... grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari ... odori
di stracci caldi, ora bagnati... motti
di vecchie voci meridionali... cori
emiliani leggeri tra borghi e maceri...
Dalla provincia viziosa ai cuori
bianchi dei globi dei bar salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno placidi
ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria, nulla
che non sia sonno. Forme mattutine
che, precoce, la morte alla fanciulla
legò al marmo. All’Italia non resta
che la sua morte marmorea, la brulla
sua gioventù interrotta...
Sotto le sue palpebre, nel suo
sonno, incarnata, la terra alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo buio
che sulla frana dell’Appennino sfuma
scosceso verso coste dove imperla
il Tirreno o l’Adriatico la spuma.
Dentro il rotondo recinto di pelli
e di metallo, isolato tra le fratte
in cerchio in una radura d’erba
verdissima sui dossi del Soratte,
dorme un umido, annerito gregge,
e il pastore con le membra contratte
nel calcare.
V
Sotto le sue palpebre chiuse Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino profuma
più umano nelle cesellate siepi,
tra i caldi arativi della Toscana,
o dove più selvaggio le vecchie pievi
assorbe nell’etrurio—s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si dipana,
la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio, dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e terrei fari
d’albore, il Tevere, nel polverone
appenninico, pagano ancora...
Roma, dietro radure di peoni,
ruderi alessandrini e barocchi indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto si ignora
che non sia sesso, grotte abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino, alle scarpate
dello spoglio San Paolo dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che le umide
pietre macchiano, e la romana sera
echeggiandone, come una membrana
grattata da un vizioso dito, svela
più acuto l’odore dell’orina.
VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella cristiana
città, occupa una marcita distesa
d’erba sozza nell’accesa campagna:
scendere anch’egli dentro la borghese
luce spera aspettando una umana
abitazione, esso, sardo o pugliese,
dentro un porcile il fangoso desco
in villaggi ciechi tra lucide chiese
novecentesche e grattacieli.
Sotto le sue palpebre chiuse questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio lesto
all’intesa, tra le infette marane
della borgata.
VII
Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone
del mare di Gaeta e di Sperlonga...
Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie
radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola... Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione
nel ventre della nazione ...
E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo
italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto —che non nasconde
la buia materia —una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto‘è preumano, e umanamente gioisce,
contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più
ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola
sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.
Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara
a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:
e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso
poggio, rione, tiene in sè inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente
abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero
chiara, perchè pura e corrotta...
Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio
e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati
troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così intera sul vuoto
del mare——attonita su stive,
carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario ...
La luna, non c’è altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa
di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione ...
Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni ...E, dietro
il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo
a Orvieto...
Il
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono, non pende
che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Penza o di Tarquinia...
Sui dossi risuonanti, brulli
ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle sospeso
tra campi arati da orefici, minia-
ture, e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura e tetti
sui vicoli di terra, con l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido passo,
tra sgretolate muraglie e scoscese
case, la bestia sale su dal basso
con ai fianchi le tinozze d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere, difeso
da barocca altezza nella medioevale
nicchia della muraglia
Ill
I
E assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano Davide, e llaria, solo llaria ...
Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole x
tenue di queste palpebre.
Jacopo con llaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.
IV
Sotto le palpebre chiuse ride
tra i pidocchi il mammoccio di Cassino
comprato ai genitori; per le rive
furenti dell’Aniene, un assassino
e una puttana lo nutrono, nelle
coloniali notti in cui Ciampino
abbagliato sotto sbiadite stelle
vibra ci aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che sentinelle
del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree latrine,
da San Paolo, a San Giovanni, ai canti
più caldi di Roma, si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e s’incrina
la quiete, tra i tuguri e le basiliche.
Nelle chiuse palpebre d’Ilaria trema
l’infetta membrana delle notti
italiane ... molle di brezza, serena
di luci... grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari ... odori
di stracci caldi, ora bagnati... motti
di vecchie voci meridionali... cori
emiliani leggeri tra borghi e maceri...
Dalla provincia viziosa ai cuori
bianchi dei globi dei bar salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno placidi
ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria, nulla
che non sia sonno. Forme mattutine
che, precoce, la morte alla fanciulla
legò al marmo. All’Italia non resta
che la sua morte marmorea, la brulla
sua gioventù interrotta...
Sotto le sue palpebre, nel suo
sonno, incarnata, la terra alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo buio
che sulla frana dell’Appennino sfuma
scosceso verso coste dove imperla
il Tirreno o l’Adriatico la spuma.
Dentro il rotondo recinto di pelli
e di metallo, isolato tra le fratte
in cerchio in una radura d’erba
verdissima sui dossi del Soratte,
dorme un umido, annerito gregge,
e il pastore con le membra contratte
nel calcare.
V
Sotto le sue palpebre chiuse Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino profuma
più umano nelle cesellate siepi,
tra i caldi arativi della Toscana,
o dove più selvaggio le vecchie pievi
assorbe nell’etrurio—s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si dipana,
la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio, dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e terrei fari
d’albore, il Tevere, nel polverone
appenninico, pagano ancora...
Roma, dietro radure di peoni,
ruderi alessandrini e barocchi indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto si ignora
che non sia sesso, grotte abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino, alle scarpate
dello spoglio San Paolo dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che le umide
pietre macchiano, e la romana sera
echeggiandone, come una membrana
grattata da un vizioso dito, svela
più acuto l’odore dell’orina.
VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella cristiana
città, occupa una marcita distesa
d’erba sozza nell’accesa campagna:
scendere anch’egli dentro la borghese
luce spera aspettando una umana
abitazione, esso, sardo o pugliese,
dentro un porcile il fangoso desco
in villaggi ciechi tra lucide chiese
novecentesche e grattacieli.
Sotto le sue palpebre chiuse questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio lesto
all’intesa, tra le infette marane
della borgata.
VII
Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone
del mare di Gaeta e di Sperlonga...
Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie
radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola... Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione
nel ventre della nazione ...
E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo
italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto —che non nasconde
la buia materia —una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto‘è preumano, e umanamente gioisce,
contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più
ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola
sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.
Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara
a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:
e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso
poggio, rione, tiene in sè inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente
abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero
chiara, perchè pura e corrotta...
Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio
e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.