Quando nomino—Italia—voglio dire
questa terra divina
su cui si corica e cammina
il mio povero corpo
e mi fa piangere e soffrire;
quest’azzurro che riempie le pupille
dei miei bambini,
quest’aria imbalsamata che respirano;
questi campi, questi giardini
pieni di fiori
così belli e perfetti
che sembran fatti con gli stampi.
Non questa gente che intorno si muove
(potrebbe essere russa o giapponese!);
ma quest’odore d’erba quando piove,
questi nubi di panna sul paese.
Quando nomino—Italia—voglio dire
questa pianura, questi monti,
che son solo italiani
perchè non sono così belli in nessun altro luogo;
questo mare ch’è tutto mio
perchè l’ho accarezzato con le mani,
perchè nessuno l’ama come l’amo io;
queste città serene e soleggiate
con le lor fresche passeggiate
d’alberi e la cintura
rossastra delle mura,
che son tutte mie
perchè io solo le conosco:
il palazzo dei Dogi, fosco,
col cigno a lutto della gondola
legato sulla soglia
che scivola di luna;
e la torre pendente di Pisa
ch’io porto sopra il cuore
con devozione e affetto
come una pia reliquia lisa;
Sorrento, come un languido sacchetto
di profumo d’aranci in fiore:
tutta la primavera in un effluvio
(sulla carta velina
in una lontananza celestina
fuma candide nuvole il Vesuvio).
L’Italia sono io,
il mio bambino bruno, il mio bambino biondo,
e la mia bella donna ignuda:
tutta l’Italia e il mondo.
questa terra divina
su cui si corica e cammina
il mio povero corpo
e mi fa piangere e soffrire;
quest’azzurro che riempie le pupille
dei miei bambini,
quest’aria imbalsamata che respirano;
questi campi, questi giardini
pieni di fiori
così belli e perfetti
che sembran fatti con gli stampi.
Non questa gente che intorno si muove
(potrebbe essere russa o giapponese!);
ma quest’odore d’erba quando piove,
questi nubi di panna sul paese.
Quando nomino—Italia—voglio dire
questa pianura, questi monti,
che son solo italiani
perchè non sono così belli in nessun altro luogo;
questo mare ch’è tutto mio
perchè l’ho accarezzato con le mani,
perchè nessuno l’ama come l’amo io;
queste città serene e soleggiate
con le lor fresche passeggiate
d’alberi e la cintura
rossastra delle mura,
che son tutte mie
perchè io solo le conosco:
il palazzo dei Dogi, fosco,
col cigno a lutto della gondola
legato sulla soglia
che scivola di luna;
e la torre pendente di Pisa
ch’io porto sopra il cuore
con devozione e affetto
come una pia reliquia lisa;
Sorrento, come un languido sacchetto
di profumo d’aranci in fiore:
tutta la primavera in un effluvio
(sulla carta velina
in una lontananza celestina
fuma candide nuvole il Vesuvio).
L’Italia sono io,
il mio bambino bruno, il mio bambino biondo,
e la mia bella donna ignuda:
tutta l’Italia e il mondo.