Da La pastorella (Strofe 28-39)
«Ahi Tirsi» ella proruppe «oh! come ardito,
lusinghiero mi sforzi a’ dolci inganni!
Vorrei disdirti, e sì mi sei gradito
che forza è pur che il mio rigor condanni.
Ah! che troppo sta male, e mal va unito
amore e castità, fieri tiranni!
Ma che! solo consiste e si ricopre
castità nel silenzio, amor nell’opre.
Se tu d’amarmi e di tacer prometti,
ciò che brami da me, bramo ed approvo;
dipende il mio gioir dai tuoi diletti,
i miei dolor ne le tue pene provo.
Amo e disamo co’ tuoi propri affetti,
e se t’aiuto, a me medesmo giovo:
sicché, dolce ben mio, prendi i miei baci,
ribaciami tu ancor, godiamci e taci.»
Languida in braccio mi si slancia e tosto
il suo volto al mio volto ella congiunge;
e il varco de’ rubini ai baci esposto
rare volte, anzi mai da me disgiunge:
il mio labbro talor fra i suoi frapposto
colle mordaci perle alletta e punge;
chiedo audace la lingua a lei, suggendo:
or la piglio, or la presto ed or la rendo.
Premo le acerbe poma al bianco seno,
e nel premerle più, vie più le bramo:
poma di quel bell’idolo terreno,
che farebber peccar di nuovo Adamo!
e, per far noto il mio diletto a pieno,
parlo co’ baci, e con lo sguardo esclamo:
così fruisco in quelle membra intatte
coi labbri il mèl e con le mani il latte.
Distendo alfin il braccio mio furtivo
sotto il manto a colei, che a me s’espose.
Lievemente l’incalzo, ed ecco arrivo
presto a toccar le dolci parti ascose;
ond’ella in atto ritrosetto e schivo
la bella destra a la mia destra oppose.
La spinge, la ritien, poi lascia, e fiso
mirami vergognosa e forma un riso.
Fra’ tiepidetti avori angusto giro
trova la mano e con un dito il tenta,
ella con un caldissimo sospiro
risveglia tosto ogni favilla spenta,
e nel mio grembo allor, che più la miro,
stende la mano languidita e lenta,
e parea dir: «se il tuo dominio impetro,
tua regina son io, dammi lo scettro».
Stimolato dal foco il più cocente
la stendo sull’erbetta ivi supina,
alzo il rustico manto, e dolcemente
scopro di latte una beltà divina;
tale in rozza conchiglia altri sovente
candidetta mirò perla marina,
sciolto il manto a le nubi, a l’ombre il velo,
tale appar neve in terra, ed alba in cielo.
Le morbidette cosce avido allora
dilato sì, che pur le mie v’accolgo;
mi disciolgo ogni impaccio e alla mia Flora
col manco braccio il suo bel collo avvolgo;
così, precipitando ogni dimora,
ella si adatta, ed io all’oprar mi volgo;
l’arbitrio mio nelle sue man’ dispenso,
ché ne disponga ove le detta il senso.
Là dove appunto gliel dettò natura,
senz’altro dir, la giovane l’immerse;
lo spingo ardito, e il mio furor l’indura,
sicché del varco ogni ritegno aperse:
fra il dolor, il diletto e la paura
si riscosse, gridò, ma pur sofferse,
e nel campo d’amor fattasi audace
prova nel guerreggiar diletto e pace.
Ed ecco, giunto a quel gioir perfetto
nel bel sen di colei che tanto amai,
proruppi: «O vita mia, stringimi al petto,
prendi il mio cor, il tuo mi dona omai.
Oh dolce anima mia! oh che diletto!
Deh! spingi, stringi, baciami; che fai?
Or or spingi, mio ben, stringi, ben mio;
O cara, ecco finisco…» Ed Ella: «Anch’io».
Così tacita allor vie più mi stringe
e mi bacia e mi sugge e mi rinforza,
mi rimira, sospira e mi respinge,
tutt’amor, tutta foco e tutta forza.
Or d’ostro, or di pallor ella si tinge,
ed ecco s’abbandona e il foco ammorza;
alfin s’arresta, e languidetta e smorta
proruppe sospirando: «Oimé! son morta».
Una candida benda ella si scioglie
per rasciugarsi i tiepidetti umori:
della rosa d’amor le brine accoglie
la vezzosetta pastorella Clori:
quindi s’allarga le innalzate spoglie,
compone il velo al sen, al crine i fiori,
e ritornando a pascolar l’armento,
si partì lieta, ed io restai contento.
lusinghiero mi sforzi a’ dolci inganni!
Vorrei disdirti, e sì mi sei gradito
che forza è pur che il mio rigor condanni.
Ah! che troppo sta male, e mal va unito
amore e castità, fieri tiranni!
Ma che! solo consiste e si ricopre
castità nel silenzio, amor nell’opre.
Se tu d’amarmi e di tacer prometti,
ciò che brami da me, bramo ed approvo;
dipende il mio gioir dai tuoi diletti,
i miei dolor ne le tue pene provo.
Amo e disamo co’ tuoi propri affetti,
e se t’aiuto, a me medesmo giovo:
sicché, dolce ben mio, prendi i miei baci,
ribaciami tu ancor, godiamci e taci.»
Languida in braccio mi si slancia e tosto
il suo volto al mio volto ella congiunge;
e il varco de’ rubini ai baci esposto
rare volte, anzi mai da me disgiunge:
il mio labbro talor fra i suoi frapposto
colle mordaci perle alletta e punge;
chiedo audace la lingua a lei, suggendo:
or la piglio, or la presto ed or la rendo.
Premo le acerbe poma al bianco seno,
e nel premerle più, vie più le bramo:
poma di quel bell’idolo terreno,
che farebber peccar di nuovo Adamo!
e, per far noto il mio diletto a pieno,
parlo co’ baci, e con lo sguardo esclamo:
così fruisco in quelle membra intatte
coi labbri il mèl e con le mani il latte.
Distendo alfin il braccio mio furtivo
sotto il manto a colei, che a me s’espose.
Lievemente l’incalzo, ed ecco arrivo
presto a toccar le dolci parti ascose;
ond’ella in atto ritrosetto e schivo
la bella destra a la mia destra oppose.
La spinge, la ritien, poi lascia, e fiso
mirami vergognosa e forma un riso.
Fra’ tiepidetti avori angusto giro
trova la mano e con un dito il tenta,
ella con un caldissimo sospiro
risveglia tosto ogni favilla spenta,
e nel mio grembo allor, che più la miro,
stende la mano languidita e lenta,
e parea dir: «se il tuo dominio impetro,
tua regina son io, dammi lo scettro».
Stimolato dal foco il più cocente
la stendo sull’erbetta ivi supina,
alzo il rustico manto, e dolcemente
scopro di latte una beltà divina;
tale in rozza conchiglia altri sovente
candidetta mirò perla marina,
sciolto il manto a le nubi, a l’ombre il velo,
tale appar neve in terra, ed alba in cielo.
Le morbidette cosce avido allora
dilato sì, che pur le mie v’accolgo;
mi disciolgo ogni impaccio e alla mia Flora
col manco braccio il suo bel collo avvolgo;
così, precipitando ogni dimora,
ella si adatta, ed io all’oprar mi volgo;
l’arbitrio mio nelle sue man’ dispenso,
ché ne disponga ove le detta il senso.
Là dove appunto gliel dettò natura,
senz’altro dir, la giovane l’immerse;
lo spingo ardito, e il mio furor l’indura,
sicché del varco ogni ritegno aperse:
fra il dolor, il diletto e la paura
si riscosse, gridò, ma pur sofferse,
e nel campo d’amor fattasi audace
prova nel guerreggiar diletto e pace.
Ed ecco, giunto a quel gioir perfetto
nel bel sen di colei che tanto amai,
proruppi: «O vita mia, stringimi al petto,
prendi il mio cor, il tuo mi dona omai.
Oh dolce anima mia! oh che diletto!
Deh! spingi, stringi, baciami; che fai?
Or or spingi, mio ben, stringi, ben mio;
O cara, ecco finisco…» Ed Ella: «Anch’io».
Così tacita allor vie più mi stringe
e mi bacia e mi sugge e mi rinforza,
mi rimira, sospira e mi respinge,
tutt’amor, tutta foco e tutta forza.
Or d’ostro, or di pallor ella si tinge,
ed ecco s’abbandona e il foco ammorza;
alfin s’arresta, e languidetta e smorta
proruppe sospirando: «Oimé! son morta».
Una candida benda ella si scioglie
per rasciugarsi i tiepidetti umori:
della rosa d’amor le brine accoglie
la vezzosetta pastorella Clori:
quindi s’allarga le innalzate spoglie,
compone il velo al sen, al crine i fiori,
e ritornando a pascolar l’armento,
si partì lieta, ed io restai contento.