A un’andalusa
T’ho vista al Circo, bruna maledetta,
e m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
e un giglio al capo e al collo una crocetta
ed era ogni tuo sguardo una saetta
ed ogni riso una morsicatura,
e con lasciva e perfida impostura
stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
e vedendo piegar sotto i lucenti
ferri la testa fulminata i tori,
le nari aprivi e digrignavi i denti;
e fiutavi il sangue sulle arene,
bruna feroce, e ti fuggìa dai pori
l’inferno che ti bolle entro le vene.
A una turca
Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
perché, ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!
Da Fra cugini
Io portava il giubbino, Lena le vesti corte
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
La letterata
Io mi levo ogni dì verso le sei
e divoro una cantica di Dante,
e più lo studio, e più mi par gigante,
e più lo leggo, e più lo leggerei.
Poi scrivo (non lo dico altro che a lei)
qualcosa per la Giovine elegante;
poi vo a sentire il professor Cascante
e a girellare un po’ per i musei.
Verso le sette torno a casa a pranzo,
apro un giornale, butto giù un sonetto
sfoglio l’Antologia, leggo un romanzo;
e vo’ innanzi così sino a dieci ore,
e poi mi porto quasi sempre a letto
qualche poeta o qualche prosatore.
Ricordi d’infanzia
O memorie dei primi anni adorate!
Me, bimbo, amava una gentil vicina
coronata la fronte alabastrina
di grandi trecce morbide e dorate;
e spesso mi dicea: «Bimbo, studiate?»
E con la dolce sua voce argentina,
sulla Storia d’Italia intenta e china,
celando i fogli, mi chiedea le date;
e mi stringeva al cor maternamente,
ed io modesto, trepido e sommesso,
confondevo l’antico e il medio evo
facendo un viso d’angelo innocente;
ma nel tepor del profumato amplesso,
voluttuoso ipocrita, fremevo.