Io portava il giubbino, Lena le vesti corte
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.

Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.

O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!

Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!

E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
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