Poesie di questo tema
Giovinezza
Alfonso Gatto
Canzonetta
Le ragazze moderne
non sono eterne.
Oh, che bella novità,
ma dànno fresco alla città.
L’una nell’altra
l’altra nell’una
chi si fa scaltra
non ha fortuna.
Oh, che bella sciocchezza,
ma insieme fanno la giovinezza.
Il rosso le veste di blu
l’azzurro le veste di rosa,
un poeta non sa più
quale scegliere per sposa.
Sceglierà la più bella?
Nessuna è tutta brutta
nessuna è tutta bella.
Sceglierà la più caduca,
sceglierà la passeggera
della fresca primavera
col nastrino sulla nuca.
non sono eterne.
Oh, che bella novità,
ma dànno fresco alla città.
L’una nell’altra
l’altra nell’una
chi si fa scaltra
non ha fortuna.
Oh, che bella sciocchezza,
ma insieme fanno la giovinezza.
Il rosso le veste di blu
l’azzurro le veste di rosa,
un poeta non sa più
quale scegliere per sposa.
Sceglierà la più bella?
Nessuna è tutta brutta
nessuna è tutta bella.
Sceglierà la più caduca,
sceglierà la passeggera
della fresca primavera
col nastrino sulla nuca.
Anônimo
Mamma, lo temp’ è venuto
«Mamma, lo temp’ è venuto
ch’eo me voria maritare
d’un fante che m’è sì plaçuto,
no’l te podrïa contare.
Tanto me plaçe ’l so fatto,
li soi portament e i scemblanti
che, ben te lo dico entrasatto,
sempre ’l voria aver davanti;
e ’l drudo meo ad onne pacto
del meo amor voi’ che se vanti.
Matre, lo cor te se sclanti
s’tu me lo vòi contrariare.»
«Eo te’l contrario en presente,
figl[i]ola mia maledetta,
de prender marito en presenti
troppo me par c’aibi fretta.
Amico non ài né parente
che ’l vogl[i]a, tant èi picoletta.
Tanto me par’ garçonetta,
non èi da cotai fatti fare.»
«Matre; de flevel natura
te ven che me vai sconfortando
de quello ch’eo sun plu segura
non fo per arme Rolando
né ’l cavalier sens paura
né lo bon duxo Morando.
Matre, ’l to dir sia en bando,
ch’eo pur me voi’ maritare.»
«Figl[i]a, lo cor te traporta,
né la persona non ài:
tosto podriss’ esser morta
s’usassi con hom, ben lo sai.
Or, figl[i]a, per Deo, sii acorta
né no te gl[i] ametter çamai,
ch’ a la ventura che sai
morte ’n pudrisse portare.»
«Matre, tant ò ’l cor açunto,
la vogl[i]a amorosa e conquisa,
ch’aver voria lo meo drudo
vixin plu che non è la camixa.
Cun lui me staria tutta nuda
né mai non voria far devisa:
eo l’abraçaria en tal guisa
che ’l cor me faria allegrare.»
ch’eo me voria maritare
d’un fante che m’è sì plaçuto,
no’l te podrïa contare.
Tanto me plaçe ’l so fatto,
li soi portament e i scemblanti
che, ben te lo dico entrasatto,
sempre ’l voria aver davanti;
e ’l drudo meo ad onne pacto
del meo amor voi’ che se vanti.
Matre, lo cor te se sclanti
s’tu me lo vòi contrariare.»
«Eo te’l contrario en presente,
figl[i]ola mia maledetta,
de prender marito en presenti
troppo me par c’aibi fretta.
Amico non ài né parente
che ’l vogl[i]a, tant èi picoletta.
Tanto me par’ garçonetta,
non èi da cotai fatti fare.»
«Matre; de flevel natura
te ven che me vai sconfortando
de quello ch’eo sun plu segura
non fo per arme Rolando
né ’l cavalier sens paura
né lo bon duxo Morando.
Matre, ’l to dir sia en bando,
ch’eo pur me voi’ maritare.»
«Figl[i]a, lo cor te traporta,
né la persona non ài:
tosto podriss’ esser morta
s’usassi con hom, ben lo sai.
Or, figl[i]a, per Deo, sii acorta
né no te gl[i] ametter çamai,
ch’ a la ventura che sai
morte ’n pudrisse portare.»
«Matre, tant ò ’l cor açunto,
la vogl[i]a amorosa e conquisa,
ch’aver voria lo meo drudo
vixin plu che non è la camixa.
Cun lui me staria tutta nuda
né mai non voria far devisa:
eo l’abraçaria en tal guisa
che ’l cor me faria allegrare.»
Anônimo
Partio mi cavalcava
Part’io mi cavalcava
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.
La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’
“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”
‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’
“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;
cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”
Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.
Cielo d’ Alcamo
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.
La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’
“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”
‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’
“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;
cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”
Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.
Cielo d’ Alcamo
Cesare Viviani
Apri gli occhi e guarda
Apri gli occhi e guarda le bellezze, la foresta
di alberi netti, vigorosi e il sottobosco macchiato
di luce, l’erba forse miracolosa, ti abbiamo
condotto in un luogo rinomato, non puoi restare
inerte, rattrappito, sdraiato! Sei giovane,
giovane come chi un tempo si è lanciato in quei pendii, guarda,
in quei borghi per fame a rapinare, pirata,
spianava l’arma, strappava i beni, per dileguarsi
con raddoppiata lena.
di alberi netti, vigorosi e il sottobosco macchiato
di luce, l’erba forse miracolosa, ti abbiamo
condotto in un luogo rinomato, non puoi restare
inerte, rattrappito, sdraiato! Sei giovane,
giovane come chi un tempo si è lanciato in quei pendii, guarda,
in quei borghi per fame a rapinare, pirata,
spianava l’arma, strappava i beni, per dileguarsi
con raddoppiata lena.
Dino Campana
Tre giovani fiorentine camminano
Ondulava sul passo verginale
Ondulava la chioma musicale
Nello splendore del tiepido sole
Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Crespa e nera la chioma musicale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare.
Ondulava la chioma musicale
Nello splendore del tiepido sole
Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Crespa e nera la chioma musicale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare.
Edmondo de Amicis
Da Fra cugini
Io portava il giubbino, Lena le vesti corte
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Elio Pagliarani
I goliardi delle serali in questa nebbia
I goliardi delle serali in questa nebbia
hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte
e sono appena usciti da scuola
«Le cose nuove e belle
che ho appreso quest’anno» è l’ultimo tema da fare,
ma loro non si danno pensiero, vogliono sempre scherzare.
Perché il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?
È vero però che le voci son fioche e diverse, querule anche nel riso,
o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,
disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate
senza ragione senza necessità senza giustificazione,
ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella
[assorbe inghiotte
e fa il minestrone,
e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti
– io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,
il calvo in ispecie, che se capisce poco ha una forza di volontà
militare, e forse ha già preso il filobus.
Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!
di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi
(chi sa due lingue vive due vite)
di giorno il lavoro la scuola di sera, – non tutti la notte però
[fanno i compiti
e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare
[schiamazzi,
nascondere il righello a una compagna
e non fanno i compiti
– ma non c’è nessuno che bigi la scuola
sono avari
tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.
hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte
e sono appena usciti da scuola
«Le cose nuove e belle
che ho appreso quest’anno» è l’ultimo tema da fare,
ma loro non si danno pensiero, vogliono sempre scherzare.
Perché il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?
È vero però che le voci son fioche e diverse, querule anche nel riso,
o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,
disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate
senza ragione senza necessità senza giustificazione,
ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella
[assorbe inghiotte
e fa il minestrone,
e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti
– io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,
il calvo in ispecie, che se capisce poco ha una forza di volontà
militare, e forse ha già preso il filobus.
Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!
di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi
(chi sa due lingue vive due vite)
di giorno il lavoro la scuola di sera, – non tutti la notte però
[fanno i compiti
e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare
[schiamazzi,
nascondere il righello a una compagna
e non fanno i compiti
– ma non c’è nessuno che bigi la scuola
sono avari
tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.
Elio Pagliarani
La ragazza Carla (11,; fl 2; IL 5)
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spacca e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale!
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza
PIANO DIDATTICO PARAGRAFO PRIMO
La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui’ di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.
II
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente?
cento targhe d’ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli?
coperti di lamiera?
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra.
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.
III
Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.
A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.
Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera
accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini?
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?
Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera
ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.
Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe
a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto; sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.
Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spacca e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale!
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza
PIANO DIDATTICO PARAGRAFO PRIMO
La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui’ di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.
II
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente?
cento targhe d’ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli?
coperti di lamiera?
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra.
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.
III
Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.
A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.
Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera
accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini?
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?
Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera
ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.
Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe
a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto; sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.
Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.
Giacomo Noventa
Massa vecio par tì...
Massa vecio par tì. Ti-ssì ‘na dona
Torturada dal çiel nei so pecai.
E varda: una putela vien a mi.
No’ ghe vol manco par mi, che me son fato
D’ogni dubio un dover,
Che ‘ste man nove,
Dolze conca ai me lavri in ogni fiume,
Che pur vedo viçin,
Ma quanta strada,
Senza quel creder pronto,
Dai lavri a l’aqua!
Ah lassa, amiga vecia, una putèla
Vignér a mì!
O savaréssistu anca tì darme una fede,
Una fede imensa
Contro el me razonar?
Mi son ‘na ssé:
No’ çerco un’altra ssé.
Torturada dal çiel nei so pecai.
E varda: una putela vien a mi.
No’ ghe vol manco par mi, che me son fato
D’ogni dubio un dover,
Che ‘ste man nove,
Dolze conca ai me lavri in ogni fiume,
Che pur vedo viçin,
Ma quanta strada,
Senza quel creder pronto,
Dai lavri a l’aqua!
Ah lassa, amiga vecia, una putèla
Vignér a mì!
O savaréssistu anca tì darme una fede,
Una fede imensa
Contro el me razonar?
Mi son ‘na ssé:
No’ çerco un’altra ssé.
Giorgio Barberi Squarotti
Su per una strada
La ragazzina maliziosa gli passò
avanti, su per la strada Monforte, e subito
rallentò il passo, fingendo di abbassarsi
un poco l’orlo degli esigui shorts
sulle natiche brune, ma scoprendole
di più, compiaciuta d’essere guardata
per quel breve tratto che conduce
sino alla piazza dove l’aspettano
le compagne sedute sui gradini
del monumento ai caduti: e allora?
che vuoi dire se non la gratitudine
per quest’altra immagine raccolta
in quella vita che troppo è labile
per meritare di essere così
disperatamente amata.
Da IL TERZO GIORNO
avanti, su per la strada Monforte, e subito
rallentò il passo, fingendo di abbassarsi
un poco l’orlo degli esigui shorts
sulle natiche brune, ma scoprendole
di più, compiaciuta d’essere guardata
per quel breve tratto che conduce
sino alla piazza dove l’aspettano
le compagne sedute sui gradini
del monumento ai caduti: e allora?
che vuoi dire se non la gratitudine
per quest’altra immagine raccolta
in quella vita che troppo è labile
per meritare di essere così
disperatamente amata.
Da IL TERZO GIORNO
Giorgio Caproni
L’uscita mattutina
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.
Giorgio Caproni
Ultima preghiera
Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.
Giovanni Pascoli
Iio
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
C’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
nv’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
C’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
nv’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Pier Paolo Pasolini
Roberto roversi pomeriggio
Vola a un tratto la palla
oltre la siepe e il campo,
oltre il cancello della villa accanto;
nell’orto è caduta
rosso di pesche morbide e odorose.
Gioietta con un grido corre svelta
e la veste si gonfia come vela
fresca nel vento. Delle ragazze intanto
quale è stesa nel fieno, quale sbuffa
arrossata dal giuoco; a una il volto
riga il sudore e sul labbro scendono
avide stille e lente;
un’altra con lo sguardo affaticato
a un tronco si appoggia, tende
al rezzo il collo e ne è tutta imbevuta.
Ecco Gioietta, torna con la palla
e ha pesche e pere e mele nella gonna
che porge come coppa.
Ognuna afferra un frutto ed essa pure
addenta con gli artigli
candidi un frutto che si spacca,
trepido, al morso e ne discende il succo
per il mento, fiume di fiamma.
Intanto il cielo annera;
ma le fanciulle stanche
non scorgono le nubi
precipitose dai lontani colli,
mentre il vento si arruffa e i capelli
già scomposti solleva;
esili i fiori si scuotono nei campi.
Cade la pioggia rapida
e le ragazze immote,
alcune assorte altre sorridenti,
gettati i frutti osservano stupite
i rami che si spiegano, le foglie
a un tratto cupe. Un contadino corre,
un porco nero e goffo è inseguito
nel campo da un ragazzo scalzo;
tra gli scrosci s’odono
tonfi di finestre rinserrate ...
A un richiamo improvviso
esse, con liete strida,
sotto la pioggia corrono e scompaiono.
oltre la siepe e il campo,
oltre il cancello della villa accanto;
nell’orto è caduta
rosso di pesche morbide e odorose.
Gioietta con un grido corre svelta
e la veste si gonfia come vela
fresca nel vento. Delle ragazze intanto
quale è stesa nel fieno, quale sbuffa
arrossata dal giuoco; a una il volto
riga il sudore e sul labbro scendono
avide stille e lente;
un’altra con lo sguardo affaticato
a un tronco si appoggia, tende
al rezzo il collo e ne è tutta imbevuta.
Ecco Gioietta, torna con la palla
e ha pesche e pere e mele nella gonna
che porge come coppa.
Ognuna afferra un frutto ed essa pure
addenta con gli artigli
candidi un frutto che si spacca,
trepido, al morso e ne discende il succo
per il mento, fiume di fiamma.
Intanto il cielo annera;
ma le fanciulle stanche
non scorgono le nubi
precipitose dai lontani colli,
mentre il vento si arruffa e i capelli
già scomposti solleva;
esili i fiori si scuotono nei campi.
Cade la pioggia rapida
e le ragazze immote,
alcune assorte altre sorridenti,
gettati i frutti osservano stupite
i rami che si spiegano, le foglie
a un tratto cupe. Un contadino corre,
un porco nero e goffo è inseguito
nel campo da un ragazzo scalzo;
tra gli scrosci s’odono
tonfi di finestre rinserrate ...
A un richiamo improvviso
esse, con liete strida,
sotto la pioggia corrono e scompaiono.
Umberto Saba
La fanciulla
Chi vede te vede una primavera,
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.
Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.
Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.
Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.
Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.
Vincenzo Cardarelli
Adolescente
Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
del sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
del sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.