” For de la bella bella caiba
‘For de la bella bella caiba
fuge lo lixignolo.
Plange lo fantino
però che non trova
lu so hoxilino
. ne la gaiba nova,
e dize cum dolo:
“Chi gli avri l’usolo?”;
e dize cum dolo:
“Chi gli avrì l’usolo?
E in un buscheto
se mise ad andare,
senti l’oxeleto
sì dolze cantare:
“Oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo;
oi bel lixignolo,
torna nel meo broilo.”
Anonimo
Abrazami, cor mio
«Abrazami, cor mio,
basami e po’ va’ via,
ca dal ziloso sentita non sia.»
«Zentil anema e bella,
come poss’io partire,
ch’i’ tegno in brazo tutti i miei disire?»
«Se non te parti, amore, serò morta.»
«Vita mia dolce, e io te farò scorta.»
Bernardona
O siate benedetta, Bernardona,
alza li gambi e mostrami Verona,
mostrami Verona affatto affatto
ch’io ti farò veder Bernardo matto;
Bernardo matto ch’i’ ho l’è ’na brutta bestia
che in tutti i büs al gh’ völ mettar la testa.
Non digo minga i büs dalli murài,
ma digo quelli ch’è sota li patài.
Cadendo dal balcon
Cadendo dal balcon, suor Margherita
finì col cul sul cazzo di fra Carlo.
Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita.
Si domanda: doveva ringraziarlo?
Dato per certo che la pia creatura,
tutta compresa di mortal spavento,
non provò il gusto de l’inculatura,
la si dispensa dal ringraziamento.
Campagnola
Mmiez’ ’a campagna, Matalena caca
e cu na fronna se pulézza ’o mazzo.
Aitano ’o parulano ’a guarda, arrizza
e cu na mano s’accarezza ’o cazzo.
Canzone del f Aldobrandino
Giannotto, io aggio moglie inguadiata,
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,
o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.
Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
Con levrieri e mastin
Con levrieri e mastin, segugi e bracchi,
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
da Il mare amoroso
Amor mi’ bello, or che sarà di me?
Piacciavi pur ch’io dea morire a torto;
or vi pensate ben se v’è onore
a darmi morte, poi m’ avete preso
sì com’ l’uccellator prende l’uccello,
e sì come si truova diceduto
lo pesce, che, credendo prender l’esca,
ed egli ha preso l’amo in tal maniera,
com’ più s’agira per voler campare,
e più s’aferra contra ’l suo volere;
e que’ che vuol pigliar l’uccel d’inganno,
veggendol bianco e d’umile sembianza,
si sente sorvenir d’ardente flamma
che gitta quello uccello aprendo ’l becco;
e l gorgo, che si lancia per pigliare
la luce de la stella, tanto i piace,
e muore incontenente ch’è sopr’acqua:
così, credendo di voi prender gioia,
mi veggio preso ed ingannato e morto,
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Certo, se voi poteste una fiata
vedere si come il lupo cerviere,
che vede oltra li monti chiaramente,
voi vedereste la vostra figura
dipinta e suggellata nel mio core,
e lettere dintorno che diriano:
“Più v’amo, déa, che non faccio Deo,
e son più vostro assai che non son meo.”
E questo dico sempre notte e giorno,
si come il peccatore il paternostro;
quest’ è l’ofensa e quest’ è la cagione
che mi potrebbe porre ch’i’ aggia fatto:
deggio però murire a sì gran torto?
Non credo certo che voi m’aucidiate;
ma mi farete tanto tormentare,
che minor male mi saria la morte.
E già l’avete in parte cominciata,
poi che m’avete fatto inginocchiare
come cammello quando è incarcato;
e di pene m’avete si soppresso,
che non posso al postutto più pottare,
anzi mi vene cader con tutto esso;
e non mi credo mai poter levare
più com’ può lo leofante ch’è caduto,
che non si può levar s’altri no’l leva.
Adunque com’ faraggio, amor mio bello,
se voi non m’aleggiate anzi ch’i’ caggia?
Consiglio prenderaggio di follia,
poi ch’aggio messo il senno in ubrianza,
sì com’ lo struzzolo che lascia l’uovo,
poi che l’ha fatto, istare entro l’arena;
ch’io voglio far la dritta somiglianza
de l’albero che per troppo incarcare
scavezza e perde foglie e fiori e frutto,
e poi si secca infino a le radici:
così mi voglio d’amoroso afanno
e di pensier carcar tanto chi’ mora,
poi che voi non mi fate se non male.
E non saccio per che cagion si sia:
che se vi spiace ch’io vi deggia amare,
gittate via la vostra gran beltade,
che mi fa forsenar, quando vi miro,
sì come il parpaglion che fere al foco
veggendo il gran splendor de la lumiera;
e la valenza, laove sta il meo core
in foco disioso notte e dia,
tanto che mi par esser salamandra.
E se nol fate, non me’n rimarraggio,
avegnamene ciò che può avenire:
chio penso, se Narcisso fosse vivo,
si ’ntenderebbe in voi, a mia credenza,
e non in sé medesmo come fece.
Ché li cavelli vostri son più biondi
che fila d’auro o che fior d’aulentino,
e son le funi che:m tegnon ’lacciato;
igli occhi, belli come di girfalco,
ma son di bavalischio, per sembianza,
che saetta il veleno collo sguardo;
i cigli bruni e avolti in forma d’arco
mi saettano al cor d’una saetta;
la bocca, piccioletta e colorita,
vermiglia come rosa di giardino,
piagente ed amorosa per basciare.
E bello saccio, ch’i’ l’aggio provato
una fiata, vostra gran merzede;
ma quella mi fu lancia di Pelds,
ch’avéa tal vertt nel suo ferire,
ch’al primo colpo dava pene e morte,
e al secondo vita ed allegrezza:
così mi die’ quel bascio mal di motte,
ma se n’avesse un altro, ben guerira.
Il vostro riso mi fa più di bene
che s’io passasse oltre la Cors di riso;
e ’l bel cantare m’ha conquiso e morto
a simiglianza de la serenella
che uccide ’l marinar col suo bel canto.
E lo parlar, tuttora anzi pensato,
saggio e cortese e franco e vertudioso
sì come ispecchio che non sa mentire,
anzi raporta dritta simiglianza,
mi fa isvegliar di sonno doloroso
sì come lo leon lo suo figliuolo.
O E *l color natural bianco e vermiglio,
‘come la fior di grana e flore inversa,
è simil del serpente ch’è fregiato,
che par dipinto per gran. maestria,
e muore incontenente chi lui sguarda,
tanto son que’ colori tossicosi.
Le vostre braccia mi fanno tal cerchio,
quando voi mi degnaste d’abracciare,
C’assai mi tegno più sicuro e franco
che ’l negromante al cerchio de la spada.
Le man’, più belle d’erba palmacristo;
l’unghia, sottili, dritte ed avenanti;
e in forma passate ogne figura
scolpita nella pietra camaina;
e ben parete dea d’amare, e meglio
che la chiarità stella de la dia.
Poi che ’l sole e ’Il vento e la pioggia
non può tanto guastar quel ch’è scoverto,
che non sia più bello assai ch’io non dico,
faccio ragion che sia ben per un cento
più bello assai ciò che ’n voi è celato.
*
Da La donna del Vergiù
Un giorno er’ito el duca a suo diletto
e cavalcato a un nobile palazzo,
e la duchessa, sanza ignun sospetto,
prese messer Guglielmo per lo brazzo
e menosselo in zambra a lato al letto
ragionandosi insieme con sollazzo,
e per giuocar la donna e ’l cavaliere
fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
Da poi ch’egli ebbon tre giuochi giuocato,
la duchessa, ch’amor sovente sprona,
disse: «Messere, avete disiato
già gran tempo d’avere mia persona:
or prendete di me ciò che v’è a grato».
E abbracciandol gli baciò la gola,
poi gli baciò ben cento volte il viso
prima che ’l suo dal suo fosse diviso.
E abbracciandol gli dicea: «Amor mio,
perché mi fate d’amor tanta noia?
Deh, contentate ’l vostro e mio disio!
Prendiamo insieme dilettosa gioia:
io ve ne prego pell’amor di Dio,
o dolce amico mio, prima ch’ i’ muoia!
Se mi lasciate così innamorata,
ohimè lassa, in mal punto fui nata!»
Da La mia chitarra l’è rotta
Non mi toccare la chicchera
quando c’è mamma che vede;
ti farò segno col piede
quando la devi toccar.