Dal Canto dei pescatori
Lasciate, donne, a noi pescar sovente
in quei vostri luoghi tanto vaghi,
ché mai alcun d’un bel peccar si pente;
e seppur acqua manca a’ vostri laghi,
tanta gliene darem per un corrente
canal che tosto il vedrete paghi,
dove oprarem sì ben nostri strumenti,
che voi e noi al fin sarem contenti. […]
Donne, noi ’porterem tutti gli ordegni
ch’a buona pesca si deggiono usare,
remi con ami, l’esca, reti e legni,
zucche ancor, bisognandoci notare.
E tutti gli altri necessari ingegni.
Voi ci darete, donne, per pescare,
la barca, il lago e i vostri divi aspetti,
a’ quai fummo e sarem sempre soggetti.
Tutto quel pesce che noi prenderemo,
donne, nel vostro lago sì pregiato,
liberamente a voi lo doneremo
con quel che più del nostro vi sia grato.
Così, donne gentil, vi serviremo,
quando il nostro servir non vi sia ingrato.
Noi dureremo la fatica in tutto.
Vostro sia, donna, della pesca il frutto.
Date beccare all’ugellino mio
Date beccare all’ugellino mio,
donne e fanciulle, per l’amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
ardito e forte co’ un lioncello;
un dipintor nol farebbe più bello,
com’egli ha fatto la testa e ’l su’ crino.
Quest’ugellino è vago dell’ova,
vanne cercando quantunque ne truova;
quando v’è dentro non par che si mova,
e poi se n’esce un cotal pocolino.
E’ non si cura là donde s’attuffa,
per che li sappi di feccia o di muffa;
cacciasi dentro alla baruffa,
cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse così ben armato
andare a la giostra quel dileggiato;
dà solo un colpo ed è iscavalcato;
torna piangendo com’un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato;
nanti alle donne non tien nulla in capo;
egli sta ritto e sta iscappucciato
e mai non cura né gel né serino.
De, gioia mia
De, gioia mia, fa’ ch’una mattina
tu vengni al santo colla tua gonnella,
ché tu par ben con essa una fancella,
più collorita che la galatina.
Tu se’ più fresca che non è la brina:
quando ti veggio, perdo la favella,
e par ch’Amor mi dia per le budella
d’un unto coltellaccio da cucina.
L’altrier mi mossi a tanta tenereza,
vedendoti sì ben far un bucato
ch’io mi pisciava sotto d’allegreza:
e ben mi credetti esser acorato
vedendo in voi tanta piacevoleza
che mi diceste: «Ben siate trovato».
Da poi mi son pensato
di farti arditamente un’anbasciata;
che gl’occhi tuoi mi cavan la corata.
Deh, come dolcemente
Deh, come dolcemente m’abbracciava,
stando nel letto, con la donna mia,
quando la madre mi disse: «Va’ via!»
Quando la figlia intese tal novella,
volsesi a lei con gran malinconia;
disse: «Fuor, vecchia, di camera mia!»
«Or taci, figlia; non ci far più motto,
ch’i’ me ne vado e staròmi di sotto.»
Detto del gatto lupesco
Si com’ altr’ uomini vanno,
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi
e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia
voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.
44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
Dilatando le cosce
Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Dove so’ andati
Dove so’ andati quelli abrazamenti,
quelli solazi che soleamo fare?
Mettìvime la lengua fra li denti;
poi me decivi: «Non la mozzecare,
ca tutta quanta me la sangolenti:
la gente è falsa e possene adonare!»
Se tu patissi quello che pat’io,
pianserissi e non rìseri, per Dio!
E.lla mia dona giogliosa
E-lla mia dona giogliosa
vidi cun le altre danzare.
Vidila cum alegranza,
la sovrana de le belle,
ke de gioi’ menava danza
de maritate e polcelle,
Jà ’nde presi gran baldanza,
tutor danzando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.
Danzando la fresca rosa,
preso fui de so bellore:
tant’è fresca et amorosa
ch’a le altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
giamà’ non credo canpare.
AI ballo de l’avenente
ne pignormo ella et eo;
dissili cortesemente:
“Dona, vostt’ è lo cor meo.”
Ella trespose inmantenente:
“Tal servente ben vogli’ eo,
in gio’ vività °l cor meo.”
Sì respose de bon aite.
Facciendo una fanciulla
Facciendo una fanciulla canpanelle,
e gl’occhi mie’ che guardan senza freno,
per mia sventura gli guardai in seno
e vidi cose oltra misura belle.
Ciò fur le suo bianchissime mamelle
ch’io non conosco niun uom terreno
ch’a risguardarle non venisse meno
desiderando di ruzar con elle.
Inmaginai: «Questa onde l’ha tratte?»
però ch’avea brunetta la sua faccia
e le mammelle bianche più di latte.
fosse stato quando il freddo aghiaccia,
arìa pensato: «Di neve l’ha fatte,
perché alla giente più diletti o piaccia».
Io vo’ che ciascun saccia,
ch’io vidi ben che l’eran di natura;
ond’io m’innamorai oltra misura.
Femina non fu mai
Femina non fu mai che non sia croia;
femina non fu mai che non sia pazza;
femina non fu mai che non sia troia.
Elle vorrebbon star sempre a la piazza,
e tirar la sampogna e ’l manganello,
sempre con la bugada e con la guazza.
Femina non fu mai senza coltello;
femina non fu mai senza ruina;
femina non fu mai senza bordello.